Il petrolio è tornato a salire (sopra quota 100 dollari), il gas lo segue, le imprese fanno di nuovo i conti con bollette più pesanti e gli investimenti rallentano. È una catena che l'Italia conosce bene e che rischia di accompagnare anche i prossimi mesi. Non siamo ai livelli della crisi energetica del 2022, ma il nuovo shock provocato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran sta già lasciando il segno sull'economia. A fotografare il quadro è il Centro Studi Confindustria nella Congiuntura Flash di luglio, che sintetizza il momento con una formula eloquente: «Il terzo trimestre parte in salita».
Secondo gli economisti di Viale dell'Astronomia, la nuova escalation militare ha ridotto i transiti navali nello Stretto di Hormuz, facendo risalire rapidamente le quotazioni dell'energia. Il Brent è tornato a crescere dopo la discesa di giugno, mentre il gas è risalito intorno ai 60 euro per megawattora. Uno shock che aveva già frenato il Pil italiano nel secondo trimestre e che, secondo il rapporto, continuerà a produrre effetti anche nel terzo, mantenendo elevata l'inflazione e irrigidendo il canale del credito.
L'effetto più visibile riguarda gli investimenti. Le imprese continuano a rivolgersi alle banche, ma sempre meno per finanziare nuovi progetti e sempre più per far fronte alle esigenze di liquidità legate all'aumento dei costi energetici. La crescita della produzione di beni strumentali si è fermata e anche le aspettative di spesa delle aziende si sono deteriorate nel secondo trimestre, segnalando un clima di crescente prudenza.
Anche sul fronte dei consumi emergono i primi segnali di rallentamento. Dopo il recupero registrato nei primi mesi dell'anno, l'aumento dei prezzi e il lieve calo dell'occupazione hanno ridotto il potere di acquisto delle famiglie. Le vendite al dettaglio avanzano appena, mentre il mercato dell'auto torna a mostrare qualche difficoltà.
L'industria, intanto, perde slancio. A maggio la produzione è diminuita soprattutto nei beni intermedi e di consumo, mentre il manifatturiero resta formalmente in territorio espansivo ma comincia a risentire dell'incertezza internazionale e del progressivo esaurirsi della domanda alimentata dall'accumulo di scorte. I servizi tengono meglio grazie al ritorno dei turisti stranieri e mostrano una stabilizzazione dopo le tensioni dei mesi scorsi, senza però riuscire a imprimere una nuova accelerazione all'economia.
Lo scenario internazionale rimane disomogeneo. Nell'Eurozona i servizi recuperano dopo lo choc provocato dalla guerra, mentre negli Stati Uniti la Federal Reserve ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita e il mercato del lavoro mostra primi segnali di indebolimento. La Cina continua invece a essere sostenuta dall'export, trainato soprattutto dalla domanda di semiconduttori legata allo sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Il rapporto dedica infine un focus all'inflazione, considerata il principale fattore di rischio per i prossimi mesi. Il Centro Studi ritiene che l'impennata dei prezzi possa rivelarsi temporanea, in linea con gli scenari di Bce e Commissione europea, ma avverte che anche un'inflazione destinata a rientrare lascia comunque effetti sull'economia: riduce il potere d'acquisto delle famiglie, frena consumi e investimenti e pesa sulla fiducia. Per questo, anche in assenza di nuovi shock geopolitici, la seconda parte dell'anno si presenta più complessa rispetto a quanto si immaginava solo pochi mesi fa.