Ormai, non è più una novità: le donne italiane studiano più degli uomini, si diplomano di più, si laureano di più e investono maggiormente nella propria formazione. Eppure lavorano meno, guadagnano meno e arrivano molto più raramente ai vertici delle aziende. Se poi si restringe il campo alle professioni tecnologiche, il paradosso diventa ancora più evidente.
Il quadro emerso dall'incontro «Oltre la tecnologia: il ruolo delle donne nelle nuove sfide dell'IT», organizzato da Aused Women in Assolombarda, con dati, esperienze aziendali e testimonianze dirette, conferma una realtà fatta di progressi, ma anche di ostacoli ancora difficili da superare.
Secondo Simona Ballabio, ricercatrice dell'Istat, il 69,4% delle donne italiane tra i 25 e i 64 anni possiede almeno un diploma, contro il 64% degli uomini. Ancora più marcato il vantaggio nell'istruzione universitaria: quasi il 26% delle donne possiede una laurea o un titolo post-laurea, contro il 18,7% degli uomini. Eppure questo maggiore investimento nella formazione non si traduce in un vantaggio sul mercato del lavoro.
Il tasso di occupazione femminile si ferma infatti al 62,1%, oltre dieci punti sotto la media europea del 72,8%. Ancora più significativo è il divario con gli uomini: quasi venti punti percentuali, circa il doppio della media dell'Unione europea.
La situazione diventa ancora più complessa quando si guarda alle professioni tecnologiche. Francesca Porta, It director di Autogrill Italia, ha ricostruito quello che gli addetti ai lavori definiscono ormai il fenomeno della «leaky pipeline», la tubatura che perde talenti lungo il percorso. Le donne rappresentano la maggioranza degli immatricolati nelle università italiane, ma nelle discipline Stem la loro presenza scende al 20,3%. Nei corsi di laurea in informatica si riduce ulteriormente al 15,1%.
Nemmeno una laurea scientifica basta a colmare il divario. Se oltre l'86% dei laureati Stem trova rapidamente un'occupazione, tra gli uomini la percentuale supera il 90%, mentre per le donne si ferma all'80,9%. Non solo: molte laureate impiegano da sei a dodici mesi in più per trovare un lavoro stabile e una quota compresa tra il 35 e il 40% finisce per svolgere mansioni non pienamente coerenti con il percorso di studi. «È come se il sistema disperdesse una parte significativa del talento femminile a ogni passaggio», è stata la riflessione condivisa da più relatrici durante il confronto.
Uno degli episodi più significativi raccontati durante l'incontro arriva proprio dal mondo dell'intelligenza artificiale. Per verificare quanto siano radicati alcuni stereotipi, Porta ha chiesto a quattro diverse piattaforme di Ai generativa di creare l'immagine di uno sviluppatore software, di un tester e di un esperto di cybersecurity. Il risultato è stato sorprendentemente uniforme: tutte hanno generato un uomo sulla trentina, con barba, felpa e schermi davanti. La prima figura femminile è comparsa soltanto quando la richiesta è diventata «project manager», commenta ironica Porta.
Un esperimento empirico, ma efficace nel mostrare come molti pregiudizi presenti nella società possano riflettersi anche nei sistemi di intelligenza artificiale addestrati sui dati prodotti dagli esseri umani.
La presenza femminile continua infatti a ridursi man mano che si sale nella gerarchia aziendale. Cristina Napoletano, head of Dune Talent, ha ricordato come nell'Ict italiano le donne rappresentino circa il 15% degli occupati, quota che sale al 20% nelle professioni legate all'intelligenza artificiale ma scende fino al 5-10% nei ruoli di Chief Information Officer.
Paradossalmente, proprio mentre il Cio evolve da figura puramente tecnica a ruolo strategico chiamato a guidare innovazione, cambiamento culturale e trasformazione digitale, la presenza femminile resta marginale.
Anche il divario salariale cresce con la carriera. Secondo le evidenze raccolte dalla società di ricerca e selezione, le differenze tendono ad ampliarsi soprattutto nei livelli più alti dell'organizzazione, dove il peso di bonus, benefit e sistemi incentivanti diventa sempre più rilevante.
Il dibattito si è spinto oltre il tema della parità di genere. Haiat Perozzo, ricercatrice in Information Systems & Organization, ha richiamato alcuni studi che evidenziano differenze nel modo in cui uomini e donne valutano l'impatto delle nuove tecnologie.
Nelle sue ricerche sull'adozione dell'intelligenza artificiale da parte dei manager, le donne tenderebbero a considerare maggiormente le conseguenze organizzative, formative e reputazionali delle decisioni, mentre gli uomini si concentrerebbero più spesso sugli aspetti legati al ruolo e all'esperienza individuale.
Da qui una domanda che sta iniziando a emergere anche nella ricerca accademica: se le decisioni sulle tecnologie che modelleranno il lavoro dei prossimi anni vengono prese prevalentemente da uomini, quanto rischia di pesare questa asimmetria nella progettazione e nell'adozione dell'intelligenza artificiale?
Una questione che va oltre la rappresentanza e tocca direttamente la qualità delle decisioni. Per questo, secondo le promotrici di Aused Women, il problema non riguarda soltanto l'equità. In gioco c'è anche la capacità delle organizzazioni di valorizzare tutte le competenze disponibili in una fase storica in cui innovazione tecnologica e competitività sono sempre più intrecciate.
5 giu 2026 | 16:23