Economia

Wall Street, tra le cento incertezze il motore degli utili resta sempre acceso: qual è il segreto?

Wall Street, tra le cento incertezze il motore degli utili resta sempre acceso: qual è il segreto?

Un disastro, un’Apocalisse, hanno commentato con la solita enfasi gli operatori americani, osservando lo «schianto» di Wall Street nell’ultima settimana di giugno: perdite del 10% o più per i semiconduttori, del 4,2% per il Nasdaq 100, gioielli come Intel e Nvidia caduti del 9%, la grande promessa SpaceX crollata del 24% e l’indice Kospi di Seul in picchiata. Con lo scarso senso della misura che li contraddistingue, è parsa loro la fine di un’epoca. E allora in tanti ad accusare la troppa speculazione sui mercati, i troppi acquisti a debito, il disinvolto uso degli Etf a leva e dei derivati per massimizzare i risultati.
E allora tutti a giustificare la salutare (e di nuovo «epocale») rotazione: via dall’Intelligenza artificiale e verso i titoli tradizionali o le borse meno esagitate, come quelle europee: difatti tornate a nuovi record. Ma, da lunedì, tutto pareva cambiato e, tra i piccoli investitori, sembrava ricomparsa l’euforia di maggio: Wall Street s’è ripresa, soprattutto il Nasdaq, i semiconduttori hanno visto rialzi medi del 4% con acuti del 12-15%. Axon, un’azienda che produce pistole taser, ha visto i suoi titoli volare del 30% in poche sedute, solo per aver detto di usare l’Ai: e così vale 200 volte gli utili e 15 i ricavi. L’episodio ricorda quello di una società tipografica, i cui titoli, nella follia per la New Economy che aveva pervaso Piazza Affari nel 2000, crebbero del 450% in pochi mesi, in virtù dell’annunciato lancio di un supermercato online (a imitazione di Amazon!): quando vennero tolte dal listino, il valore delle azioni era crollato del 97%.

Eppure, c’è del vero nella conclamata rotazione del mese scorso. Dal 2 giugno, record di Wall Street, al 26 giugno, l’indice S&P aveva perso il 3,4%, il Nasdaq il 6,6%, i semiconduttori il 3,8% e i Magnifici 7 il 10,5%: a tutto vantaggio delle piccole capitalizzazioni del Russell 2000 (+2,7%), dell’S&P Equal Weight (+1,5%) e pure delle borse europee (+1,9% lo Stoxx 50). Tutto sommato, nulla di straordinario e nemmeno di epocale: probabilmente solo una modesta correzione, come avevano indicato gli analisti di Unicredit e di State Street.
Tuttavia, a fronte di una relativamente bassa volatilità dell’indice S&P (il Vix si ritrova ai livelli d’inizio giugno), s’è assistito a balzi di prezzo talora esasperati, soprattutto tra le azioni legate all’Ai, e, alla debolezza di molti titoli dei semiconduttori, s’è contrapposta la forza di altri, volati in soli tre mesi: Sandisk (+270% memorie), Micron (265%), Western Digital (+160%); oppure di aziende più tradizionali, come Corning (+90%), Western Digital (+160%); o altre dei semiconduttori, come Kla e Applied Materials, balzati a giugno del 50-60%. Semmai, a patire questa rotazione sono state le sette grandi capitalizzazioni, il cui indice (Mag7) si ritrova pressoché ai livelli d’inizio anno.

La speculazione c’è stata, e tanta, ed è tutt’altro che scomparsa. Il margin debt, ossia gli acquisti di titoli a debito, è cresciuto a maggio del 54% rispetto all’anno precedente e, a 1.400 miliardi di dollari, ha toccato il massimo storico. Con tutti quei soldi non si comprano solo azioni, ma opzioni (derivati) ed Etf a leva due o tre: una leva a più livelli, insomma, che genera mostruosi ritorni quando tutto va bene, ma che può vanificare l’intero capitale quando vanno male.
Per ora nulla è compromesso. L’«orribile» mese di giugno ha coinciso con una modestissima correzione degli indici generali e una contenuta flessione per i titoli più speculativi dopo una corsa che, nel caso dei semiconduttori, si misura in balzi del 160% in un anno e del 245% in soli tre mesi per Intel. Le cose vanno tutt’altro che male e questa euforia può durare mesi e forse anni e l’eventuale resa dei conti si vedrà quando gli utili societari non cresceranno come s’immaginano gli analisti e gli amministratori delle società Ai.

Per ora la crescita degli utili dell’S&P è impressionante: +29,5% nel 1° trimestre, +24,3% nel 2°, +26,6% per l’intero 2026 (dati Lseg), circa il doppio di quanto si stimasse a inizio anno. Almeno due terzi dei profitti sono generati dalle società legate all’Ai (e in parte all’energia). Senza questi, la crescita si misurerebbe in uno scarso 10%, come in Europa. E, mentre gli analisti proiettano al 2027 balzi degli utili superiori al 32% per i titoli tecnologici, aumentano i dubbi sulla sostenibilità di questo forsennato ciclo d’investimenti, scrivono gli economisti di UniCredit, Invesco e di parecchi gestori di fondi.
Il Wall Street Journal osserva come parecchie aziende (tra cui Alphabet, Amazon e Nvidia) abbiano gonfiato i margini operativi utilizzando «oscure regole contabili»: infatti il margine netto delle società dell’S&P ha sfiorato il 15% nel 1° trimestre, il doppio della media storica. Suona strana l’acquiescenza degli analisti che, anche per i prossimi anni, proiettano crescite dei profitti doppie o triple rispetto ai ricavi. Giuseppe Sersale di Anthilia sottolinea come l’enorme volume d’investimenti Ai «stia mangiandosi il grosso degli utili operativi» e del cash flow a scapito dei buyback e dei dividendi. Prima o poi il mercato dovrà focalizzarsi più sugli utilizzatori dell’Ai e meno sui produttori, conclude. Al riguardo, Alberto Tocchio di Kairos nota come il costo per gli utilizzatori dell’Ai (misurato in token) sia letteralmente crollato (del 95% circa negli ultimi 18 mesi). L’intelligenza artificiale diventa sempre più economica, come un’abbondante materia prima. Così è stato per Internet dopo la follia del 2000. Osservando lo zoppicante andamento dell’indice Nasdaq nelle sedute di mercoledì e giovedì si ha la sensazione che qualche dubbio cominci a contagiare l’euforia per l’Ai.

10 luglio 2026, 19:57 - Aggiornata il 10 luglio 2026 , 19:57

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