A metà del terzo set, uno spettatore gli grida coraggio, ce la puoi fare. «Dieci anni fa, forse» risponde Novak Djokovic. La verità e il senso della semifinale di ieri sono riassunte in questo scambio di battute. La storia non annuncia mai il cambio della guardia, lo dissimula in un quieto pomeriggio di tennis. Ma anche a sentire le parole rassegnate del campione serbo, la resa è completa, più che in ogni altra occasione, tale da assumere davvero il significato del definitivo passaggio di consegne.
C’erano già state altre vittorie di Jannik Sinner contro il suo mentore serbo, ma non era mai accaduto che Djokovic, il campione che ha fatto del non arrendersi la sua arma più letale, riconoscesse in modo così netto la propria inferiorità e la propria impossibilità di alterare il corso degli eventi. «Mi ha dato una vera e propria lezione» ha ammesso con la sua consueta lucidità, spiegando che stava bene, era riposato, si sentiva pronto, ma proprio non c’era niente da fare, e Dio solo sa quanto possa costare questa ammissione a un uomo orgoglioso come lui. «Quando serve così diventa una forza dominante. Io ero sempre mezzo passo in ritardo, ha giocato con un ritmo pazzesco. Non penso di avere fatto qualcosa di sbagliato. È dura da accettare, ma oggi è un giocatore migliore di me».
Se l’unica cosa di Djokovic che trasmette energia sono gli occhi fiammeggianti, dai quali si intuisce una delusione che fatica a contenere, la forza dominante chiamata Jannik arriva quasi ciondolando nel teatro delle conferenze stampa, con l’atteggiamento di chi ha appena concluso una tranquilla giornata in ufficio e si appresta a fare un po’ di jogging. «Sentivo che avevo bisogno di alzare il livello, anche quello mentale. Ho cercato di mettere tanta attenzione su ogni singolo colpo. All’inizio sentivo la pressione, ma è normale, quando giochi contro Novak».
Più delle parole, è l’atteggiamento che conta. Sinner parla come se la dura lezione impartita a Djokovic fosse una cosa lontana. Si sottopone al rito delle interviste che poco ama, e sugli schermi la lista delle televisioni di tutto il mondo che attendono il loro turno fa impressione, ma è come se fosse già altrove. Quando gli viene fatta una domanda che riguarda il futuro prossimo, se crede di poter giocare in Canada e a Cincinnati per proseguire la sua striscia vincente nei Master 1000, taglia corto con un tono duro, quasi infastidito. «Questa conversazione con il mio team la faremo dopo il torneo».
Conta il qui e ora, stare nel momento. In modo forse inconsapevole, Djokovic coniuga tutta la sua conferenza stampa al passato, ripetendo in continuazione che lui «era», e quindi oggi non è più. Jannik invece sta in un tempo presente che non prevede alcuna deroga, parla della partita appena finita ma è già con la testa alla finale di domani. E dimostra di sapere molto bene come funziona la testa di un giocatore. «Vero, ho battuto Zverev nove volte di fila. Ma lui ora è un giocatore completamente diverso, molto più aggressivo, più convinto». Non abbiamo la stessa storia, aggiunge senza alcuna malizia, perché lui ha vinto il suo primo Slam a Parigi dopo molti tentativi.
«Ma so come ci si sente dopo. Hai più fiducia in te stesso, hai la sensazione di essere più forte e più solido. Ho visto la sua semifinale, colpisce con grande convinzione». Ma Jannik sa anche come si fa. Ace, servizio vincente, ace. È la sequenza con la quale nei quarti di finale ha annullato l’unica palla break concessa a Struff, ripetuta in modo uguale nella stessa circostanza contro Djokovic. C’era una volta un grande campione che alzava sempre il livello di gioco nei momenti decisivi del torneo. Adesso c’è Jannik Sinner.