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Wimbledon, Sinner ha compiuto la metamorfosi: l'allievo ha superato il maestro, è diventato lui Djokovic

Wimbledon, Sinner ha compiuto la metamorfosi: l'allievo ha superato il maestro, è diventato lui Djokovic

LONDRA La metamorfosi è compiuta. Ieri a Wimbledon il processo di immedesimazione è giunto a compimento: Sinner è diventato Djokovic. Più giovane, più forte, più performante. Non c’è una voce delle statistiche della sfida che lo proietta in finale per il secondo anno consecutivo che non sia a favore di Jannik: ha servito meglio (88% di punti sulla prima, 16 ace), anche con la seconda (61%), ha risposto meglio, ha sbagliato meno (15 gratuiti).
Il delitto perfetto ha una vittima: l’abitante più anziano di Church Road. Alla straordinaria velocità di 39 anni e 24 titoli Slam, di cui sette Wimbledon, Novak Djokovic incassa la settima sconfitta dall’epigono italiano, la seconda sull’erba ma, forse, la più matura: in un incrocio in cui non mancavano incertezze, Sinner si è fatto trovare pronto. «Con lui sapevo di dover essere bravo» dice il bambino di Sesto Pusteria sul suo playground.

Tornato splendido splendente dopo aver usato i primi cinque match per ricominciare a fidarsi di corpo e colpi, il n.1 si ripresenta in finale per difendere l’erba dalle grinfie dell’ex perdente rianimato dal dolcissimo macaron parigino, Zverev, che ha messo fine alla favola di Arthur Fery proprio sull’isola di Arturo. L’annunciata finale del Roland Garros si disputa in Church Road domani, postadata di 35 giorni. L’onda lunga del malore non abita più qui. Jannik è di nuovo affilato, inavvicinabile al servizio (4 punti concessi al rivale in tutto il primo set), vicino alla perfezione nelle geometrie da fondo, cui il serbo si piega impossibilitato a tenere il ritmo forsennato del migliore, che ha ritrovato il suo splendore nell’erba. L’illusione che la semifinale sia equilibrata dura quattro game; poi, sul 2-2, il Djoker deve annullare una palla break con un sontuoso rovescio lungolinea. Nel nono game, sotto le suole di Nole si spalancano due occasioni di fuga per l’altro: sulla prima Jannik mette in rete un facile smash, forse disturbato dal vento che spazzola a folate il centrale; sulla seconda, infila nella cruna del match un millimetrico passante lungolinea di dritto. È la svolta annunciata. 5-4, 6-4 in 40’. 

Il secondo set ricalca il paradigma. Sinner padrone di ogni zona del campo, Djokovic aggrappato a un servizio non all’altezza e tenuto sul punto di rottura dalla risposta in pressione di Jannik. L’allievo ha superato il maestro. Sul 2-2 il serbo, intossicato di brutti pensieri, va sotto 15-40. In tribuna si alza in piedi Jelena, la moglie, forse nel tentativo di infonderlo di energie. Il fuoriclasse orgoglioso si barcamena. Ma pochi minuti dopo, abbandonato dalla battuta e a corto di soluzioni, s’inchina a una smorzata sinneriana di ottima fattura — rieccolo, il drop shot, insieme al rovescio in back di manovra —, non prima di essersi inventato una soluzione non esistente in natura, un lampo di antica classe, così stretto da morire ai piedi della rete. C’è il break. Italia-Serbia 4-3, 5-3 tenendo a zero la battuta con tre ace, 6-4 sigillando il set a zero.

Un tennis di grande economia, pochi sprechi e molta resa, complice l’avvilimento dell’uomo di Belgrado, consente a Jannik il break in apertura di terzo set. Il resto succede di conseguenza, con un effetto domino inarrestabile. Chiudere 6-4, a questo punto, appare ineluttabile a ciascuno degli spettatori del centrale: finisce con un appoggio alto di Djokovic, in recupero affannoso dopo una smorzata disperata, addirittura goffo: palla steccata, in corridoio. Lo specchio di tutta la semifinale nobile di Wimbledon. Questo campo rivedrà mai Djokovic? Chi lo sa. «Un’altra finale, qui, che emozione — dice il vincitore —, Novak ha ispirato un’intera generazione, me incluso. Aveva vinto in Australia, quindi ho dovuto fare qualche aggiustamento: sono stato più aggressivo e ho servito bene. I primi turni mi sono serviti per adattarmi alla superficie e alzare il livello».  
C’era una volta un sognatore con i capelli lunghi e la felpa blu che incontrava il suo idolo a Montecarlo. Domani la sfida con Zverev, nel frattempo salito al n.2 scavalcando Alcaraz, il top player che non ha mai conquistato un titolo sul verde. Dire che Jannik Sinner from Italy è favorito, come direbbero da queste parti, è un understatement.

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