È morto Murakami Ryu, scrittore giapponese che ha raccontato il lato oscuro della società nipponica. Questa intervista è tratta da «la Lettura» # del 12 maggio 2019.
Ci sono anni in cui il Giappone è stato ragazzo, un tempo nel quale si stenterebbe a riconoscere il Paese che è diventato oggi. Uno di quegli anni è il 1969, almeno lo è per Murakami Ryu, uno degli scrittori più significativi della scena letteraria nipponica, soltanto omonimo dell’Haruki autore di Norwegian Wood. Ryu si è affermato in Occidente con quel Tokyo Decadence che all’inizio degli anni Novanta divenne anche un film di successo. Ma la sua produzione è ben più ricca e ora viene tradotto 69 Sixty-Nine (Atmosphere Libri), romanzo di formazione dell’87 dove un io narrante adolescente, Ken, fa esperienza delle prime vampe sentimentali, della musica e della cultura pop, della politica, degli slanci ribelli e libertari che avevano coinvolto il Giappone. Come annota il curatore Gianluca Coci, un testo «figlio della grande frattura postmoderna degli anni Sessanta».
Il culmine della storia è la preparazione di un’azione dimostrativa a scuola, per contestare un’istituzione vissuta come «una specie di laboratorio, un centro di smistamento... Essere un liceale costituiva il primo passo verso la metamorfosi in animale domestico». L’altro polo della geografia anche sentimentale del romanzo, spiritoso e struggente insieme, è la base militare americana: «Aggirarsi nella zona dei bar per stranieri ti faceva battere forte il cuore. Ti rendevi conto di quanto fossero indispensabili al genere umano posti come quelli». Un’atmosfera che nutre anche l’amicizia, che sa di un «qualcosa di cui erano intrisi quei tardi anni Sessanta. Era fedele a quel qualcosa, anche se non saprei spiegare di preciso di che si trattava. Qualunque cosa fosse, ci faceva sentire liberi, non condizionati da valori codificati. Era la nostra salvezza».
Ma «69» è un romanzo o un memoir?
«Direi che per circa la metà racconta eventi reali. Non l’ho scritto tenendo le due parti separate, quella autobiografica e quella di finzione, ma intrecciandole tra loro, proprio come un tessuto: filo orizzontale e filo verticale».
Quando pubblicò «69» che cosa provava nei confronti del protagonista?
«Prima di tutto ho voluto scrivere un romanzo su di me e ciò che mi stava intorno quando avevo 17 anni. La guerra del Vietnam, la morte di Che Guevara, il movimento studentesco nel mondo: era un’epoca autentica ed estremamente seria. Ma ho scelto di proposito di evitare un tono serio e troppo realistico perché ho pensato di mettere in evidenza soprattutto la radiosità insita in quella protesta contro il potere, l’energia, i sogni. Quelli di Ken e dei suoi amici: i miei, i nostri».
Detto che la buona letteratura è in grado di parlare sempre a chiunque, che cosa possono significare le gesta di Ken e degli altri a un lettore di oggi?
«I lettori giapponesi più giovani, in particolare, reagiscono provando innanzitutto un senso di grande stupore. Oggi in Giappone la semplice capacità di protestare, criticare o anche solo esprimere la propria opinione nei confronti degli insegnanti è praticamente una chimera... Perciò i giovani giapponesi che oggi leggono un romanzo come 69 restano perlopiù sconvolti, per loro è come una scossa, spero anche positiva».
Il romanzo di formazione è una sorta di sottogenere ben codificato, fino a Salinger e, naturalmente, oltre. Quando decise di fare delle sue esperienze un libro, che esempi aveva davanti a sé?
«La fine degli anni Sessanta fu ovunque un periodo caratterizzato dalla protesta giovanile. Io e milioni di ragazzi eravamo affascinati dagli slogan del Maggio parigino, l’“immaginazione al potere”, e sognavamo di cambiare il mondo».
I personaggi del libro sono divisi fra suggestioni politiche e desideri quasi banali (le ragazze, il sesso): qual è oggi il suo atteggiamento verso la politica?
«Oggi purtroppo la maggior parte dei giovani giapponesi è stanca, sfinita. Al pari dei loro coetanei di tutti i Paesi industrializzati, credo. Rispetto al 1969 ora il mondo è molto più complicato... Ci sono i media, internet, ma questa nostra epoca manca di fluidità... Il divario economico tra le varie aree del pianeta, i vari Paesi e i singoli individui è eclatante, insostenibile, ed è diventato quanto mai difficile affermare il proprio sé... Non è facile non provare un gran senso di sfiducia».
Il desiderio e le sue declinazioni sembrano tenere insieme «69» e il suo lavoro più noto, lo scandaloso «Tokyo Decadence». Come vive la società giapponese oggi il desiderio?
«Posso dire che nella società odierna il gap tra i propri desideri in generale e la realtà diventa via via più marcato. Credo che i giapponesi che non hanno le idee chiare su che cosa sia il desiderio siano in continuo aumento. È molto triste ma è così».
In «69» la presenza dell’America è costantemente sullo sfondo, sia come cultura sia come presenza (militare): che cosa deve il Giappone all’America?«I bambini e i giovani che come me abitavano nelle città sedi di basi militari statunitensi conoscevano molto bene la potenza dell’America. Basi enormi, grandi prati verdi, nuovi elettrodomestici, case fantastiche... Avevamo tutto davanti agli occhi».
E che cosa respinge dell’influenza americana sul Giappone?
«Come tutti i Paesi, è ovvio, anche gli Usa hanno lati positivi e negativi. Spetta a tutti noi saperli cogliere e cercare in un modo o nell’altro di metterli in evidenza. Un po’ come è stato fatto in certe famose pellicole di Hollywood, penso per esempio a JFK di Oliver Stone o a Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula».
«69» è un atto d’accusa nei confronti dell’istituzione scolastica del Giappone, autoritaria e repressiva. Il sistema educativo nel suo Paese è cambiato?
«Il sistema scolastico giapponese, purtroppo, non è cambiato quasi per niente rispetto all’epoca di 69. Nel resto del mondo sono stati fatti notevoli progressi, ma da noi la scuola resta sempre uguale. È ridicolo».
Quali sono gli aspetti del Giappone che più la allarmano oggi?
«Ciò che mi allarma di più e mi terrorizza, ricollegandomi a quanto dicevo prima, è la tendenza a non voler cambiare le cose. Il Giappone è estremamente conservatore, non cambia mai».
Che cosa le dà speranza, allora?
«Forse il fatto che alcuni giovani giapponesi, anche se ancora pochi, cerchino di farsi strada oltre i confini nazionali, soprattutto in campo artistico e sportivo. E anche il numero crescente di giovani che in un modo o nell’altro, a livello di volontariato o anche professionale, manifestano l’intenzione di rendersi utili per aiutare i Paesi in via di sviluppo».
Infine una domanda stupida, ammesso che le altre non lo fossero: cosa si prova a condividere il cognome con un altro importante scrittore giapponese, Haruki, e con un importante artista giapponese, Takashi? Il vostro pare il cognome più creativo del Paese...
«A scanso di equivoci, è soltanto un caso che Murakami Haruki, Murakami Takashi e io abbiamo lo stesso cognome. Posso assicurare che in Giappone ci sono anche tanti ladri e criminali, così come molti politici e dirigenti incapaci, che rispondono al nome di Murakami...».