In fondo basterebbe puntare lo sguardo verso l’alto. E immaginare. Nelle ore blu dei giorni passati, il cielo di Venezia al crepuscolo era acceso. In movimento. In metamorfosi continua. È stato proprio il cielo, il protagonista metaforico di due attesissimi appuntamenti della Biennale Musica di Venezia (proseguirà fino al 24 ottobre).
Da una parte, il cielo invocato nel repertorio sacro, antico (di Hildegard von Bingen e di un incredibile Miserere Mei, Deus di Gregorio Allegri) e contemporaneo (Arvo Pärt soprattutto e una prima assoluta di Kara-Lis Coverdale), selezionato con chirurgica attenzione dalle voci a cappella e di scultorea bellezza (scuola inglesissima, voci asciutte, senza vibrato) dei Tallis Scholars, ensemble vocale misto, tra i più ricercati del panorama internazionale e diretto fin dalla sua fondazione, nel 1973, da Peter Phillips (il 23 ottobre esce per Ecm il loro Live in Venice). Luce e tenebre in un repertorio che ha il respiro dell’eternità: la loro versione, l’altra sera, di Da Pacem Domine di Pärt — nonostante le meravigliose incisioni dell’Hilliard Ensemble e dei Vox Clamantis — fa trattenere il fiato fino alla fine, tanta è l’emozione.
Dall’altra troviamo invece un cielo diverso, un cielo sinonimo di una libertà anelata, quella delle detenute del carcere femminile della Giudecca, dove abbiamo assistito alla performance finale di un bellissimo (a volte i superlativi sono necessari) laboratorio dal titolo Musica Libera, durato diversi mesi, fortemente voluto dal presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco.
Lo diciamo subito, e senza nemmeno troppi giri di parole, che quella di Musica Libera è stata un’esperienza di tale intensità, di tale emozione, a pelle, che nessun concerto normale, anche quello più atteso, può restituire.
Una settantina di persone di pubblico (giornalisti e operatori, italiani e stranieri), gli infallibili tecnici della Biennale, i cinque giovani musicisti del College Musica e uno dei tre tutor del progetto, l’artista multiforme Simone Trabucchi. È sua, fra l’altro, nella veste del duo Invernomuto, con Simone Bertuzzi, sempre in Biennale, l’installazione noise/visiva Blissful Bun-chan, un documento spettrale di una performance con un gatto di Keiji Haino, premiato con il Leone d’oro quest’anno.
Un’altra tutor di Musica Libera, Alif Hilal — che ha lavorato con le detenute sul deep listening, sull’ascolto profondo — ha presentato in Arsenale un suo progetto, In the Threshold of Your Love, tra canto, rituale e trance, con il percussionista Mohammed Reza Mortazavi e Islam El-Ghazouly, interprete di una danza sufi ipnotica.
Nel cortile del carcere c’è un grande tavolo con tastiere elettroniche, una drum machine, due stand con basso e chitarra elettrici, microfoni e molta tensione mista a eccitazione nell’aria. Come ci aveva raccontato su «la Lettura» #774 (consultabile nella nostra App) Simone Trabucchi, «tutte le detenute hanno un rapporto con la scrittura: rappresenta il momento in cui scavano dentro di loro».
Nella prima parte del nostro pomeriggio nel cortile del carcere, abbiamo ascoltato un montaggio sonoro, sintesi dei loro incontri settimanali: suoni, voci fugaci, risate, ma tutto teso in un’unica direzione. Quella di spalancare il loro mondo interiore verso l’esterno. Con l’aiuto di una giovane e bravissima direttrice di carcere, Maurizia Campobasso, che ha mostrato un entusiasmo contagioso nei confronti del suo «compito» e che alla fine ha ballato con le detenute: un conto è farselo raccontare, un conto è vedere con i propri occhi.
Alcune detenute avevano il permesso di stare in cortile, con noi, sedute su panchine. Le altre, la maggioranza, se alzavi lo sguardo le vedevi, con le mani strette alle sbarre delle finestre, mentre cercavano di fare arrivare i loro occhi e il loro respiro fino a noi. Fino a loro, le compagne di detenzione che si esibivano.
La parola ha vinto sulla musica: i loro testi, che declamavano con sottofondo sonoro (una di loro, fenomenale, «rappava» a rilento, in georgiano) stringono il cuore. Un esempio? «Il tempo mi scorre nelle vene come un fiore che appassisce». Oppure: «Si può partire o sparire. Come è strano il dolore». Sì, è strano.
20 ott 2026 | 12:22