La finale è la più malinconica delle partite; e non è mai una partita normale. Se fosse stata una normale partita di calcio, la Spagna non avrebbe avuto problemi. Sono i campioni d’Europa, hanno eliminato la favorita Francia, il loro centrocampo è il più forte al mondo e durante il match ne hanno schierato uno nuovo, di valore quasi pari. Ma di fronte la Spagna non aveva un’altra squadra. Aveva una «banda di indios», come l’ha definita il ct Lionel Scaloni, pensando non tanto agli indigeni quanto ai ragazzacci di strada. Così ne è uscita una partita più nervosa che bella, di netto predominio per la Spagna e di pura sofferenza per l’Argentina. Messi, esausto, non si è acceso quasi mai; immalinconiva vederlo camminare impotente, e brillare solo a tratti e solo nel finale disperato; eppure la Roja è dovuta arrivare al secondo tempo supplementare per averne ragione. Finisce con Leo in pianto: il tempo è scaduto anche per il più grande; ma la lacrima che gli scende sulla guancia ce lo farà amare per sempre.
Lo schema politichese per cui l’Argentina sarebbe la squadra Maga, di destra, e la Spagna la squadra «pueblo unido», di sinistra, è fuorviante. E non solo perché presto in Spagna si vota e i sondaggi prevedono la vittoria della «derecha» e un governo con gli estremisti di Vox. È vero che Trump avrebbe preferito dare la Coppa alla squadra del suo amico Milei, purtroppo per lui assente, anziché a quella del suo nemico Sanchez, purtroppo per lui presente. Ma l’Argentina non è Milei, l’Argentina del calcio è Messi, e se c’è un personaggio apolitico è lui. Spiega Sergio Lewinsky, il suo biografo, che mentre Maradona in cuor suo era sempre stato di sinistra, anche quando sosteneva il reaganiano Menem per via di certi fastidi con il fisco, Leo vede solo il pallone, oltre ad Antonela e ai «chicos» Thiago, Mateo e Ciro, qui in tribuna. Tutti e tre giocano nelle giovanili dell’Inter Miami, con cui Messi ha un contratto per altri due anni. Lewinsky assicura che vuole esserci ancora al Mondiale del 2030, anche perché l’Argentina giocherà il girone in casa. Avrebbe 43 anni; ci vorrebbe un miracolo. «Por Malvinas, por el Diego, por la ultima del Leo» cantano gli argentini.
Surreale show sotto il sole, con fuochi d’artificio diurni quasi invisibili, tipo le favolose luminarie che in pieno giorno accompagnarono la visita del Duce a Cuneo. Gorgheggi di Christopher Macchio, tenore personale di Trump, nella totale indifferenza dei tifosi che sospendono i canti giusto per educazione. Chris Martin dei Coldplay, accolto dagli argentini con il coro «quien no salta es ingles». Laura Pausini, il cui manager è un genio secondo solo a Messi. Messi quello vero entra in campo masticando chewingum, come già in Qatar. Poi abbraccia i compagni uno per uno. Si comincia in ritardo per la molestia di un presentatore insopportabile.
Rodri sbaglia il suo primo passaggio del Mondiale. L’Argentina non ha la furia omicida vista contro l’Inghilterra, né la brillantezza di quattro anni fa contro la Francia. Nico Gonzalez, schierato titolare per l’incredulità degli juventini che l’hanno visto in azione, non è Di Maria, e si vede. «Argentina tiene miedo» cantano gli spagnoli: l’Argentina ha paura. Il problema è che ha paura pure la Spagna. A Messi riesce un tunnel, ma lo fermano subito. Lamine Yamal non dissipa l’impressione di giostrare troppo lontano dalla porta. Dall’Italia filtra la notizia che pure Lele Adani commenta in sussurri.
Migliori in campo, gli inservienti che in un attimo allestiscono l’inutile spettacolo nell’intervallo. Madonna è venuta a vedere la partita ma non a cantare, appare solo in video su un’auto appesantita dalla presenza di Ronaldo il brasiliano. L’inevitabile Shakira con la stessa acconciatura di Cucurella. Musiche di due o tre decenni fa, Asererè e Macarena, tipo animazione da villaggio turistico. Si ricomincia con una rissa in mezzo al campo. Messi, umile, quando Enzo Fernandez sale a pressare scala a controllare Rodri, gran padrone del centrocampo. La curva spagnola non simpatizza per El Dibu Martinez né per sua madre. Trump – ignorato dai maxischermi per non suscitare fischi - si annoia a morte, Infantino lo guarda come per scusarsi se lo spettacolo finora non è all’altezza.
La Spagna cresce, gioca a due tocchi, a Lamine Yamal manca sempre un rimpallo fortunato per essere decisivo. L’arbitro appare preoccupatissimo di dare l’impressione di favorire gli argentini e continua ad ammonirne, compreso il mite Scaloni, sino all’espulsione di Fernandez. L’Albiceleste punta ai rigori. El Dibu scatenato para tutto. Grida contro Infantino quando l’arbitro ferma il gioco prima che Nico Williams la metta dentro. Poi il gol di Torres fa impazzire gli spagnoli. E Messi spreme tutto se stesso, invano. Alla fine un accenno di rissa, lui va a calmare i compagni: «Argentina se callò», l’Argentina si è zittita, infierisce la curva. Il basco Unai Simon abbraccia re Felipe, compiaciuto per la presenza di tanti giocatori del suo Atletico Madrid. Viene eretta una gigantesca Coppa, sinceramente orrenda. Trump infila la medaglia d’argento al collo di Messi, che finalmente scioglie la tensione e l’amarezza nel pianto, applaudito da tutto lo stadio.
Piange ovviamente anche Scaloni. Trump consegna insieme con Infantino la Coppa al capitano della squadra nemica Rodri, poi torna alla Torre che porta il suo nome a lavarsi le mani dopo averne strette tante, gesto che da patofobo non ama. Ovazione per il fratellino di Lamine Yamal. Le partite del Mondiale resteranno le rimonte dell’Argentina, in particolare quella con l’Inghilterra. Stasera hanno vinto i più forti: a volte il calcio conosce la giustizia, ma manca di poesia. Addio Leo; come te, nessuno più.