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Il dramma dell'ex velocista Beth Dobbin: «Trascorro a letto 22 ore al giorno, anche una luce intensa mi devasta»

Il dramma dell'ex velocista Beth Dobbin: «Trascorro a letto 22 ore al giorno, anche una luce intensa mi devasta»

Il corpo di Beth Dobbin, 32 anni, fino a pochi mesi fa, era una macchina perfetta: le semifinali olimpiche nei 200 metri a Tokyo, il bronzo nella staffetta a Birmingham. Una corsa che sembrava non dover finire mai. Oggi quel corpo è fermo in una stanza a Doncaster. Ventidue ore al giorno passate a letto, con le tapparelle abbassate perché anche la luce o un rumore troppo forte possono scatenare il crollo. Un blocco che può durare giorni.

La velocista britannica si è ritirata dall’attività agonistica lo scorso aprile. Non è stata una scelta, ma una resa. Il nemico ha una sigla: Me. Si tratta di encefalomielite mialgica, quella che chiamano «sindrome da stanchezza cronica». Beth ora misura lo spazio che separa il materasso dal bagno. Cinque volte soltanto è riuscita a varcare la porta di casa in tutto l'anno. «Ho perso tutto — ha confessato alla Bbc — la mia indipendenza, la salute, la capacità di lavorare. Mi sento come se il mio corpo si stesse spegnendo».

Il paradosso più doloroso è che per una malata di Me persino parlare, affidare a un microfono la propria sofferenza è una fatica estrema. Mezz'ora di parole può significare mesi di reclusione successiva. «Questa intervista potrebbe avere un impatto su di me fino al 2027», spiega.

Tutto era cominciato nel modo più banale, nell'inverno tra il 2021 e il 2022. Un doppio contagio, Covid e mononucleosi, subiti in forma leggera, quasi invisibile. Poi i primi decimi di secondo persi in curva, i linfonodi che si gonfiano, le gambe che improvvisamente, sui blocchi di partenza degli Europei, perdono sensibilità. Una falsa partenza. Cinque specialisti dopo, la diagnosi impietosa: non c'è cura, l'unica terapia è il pacing, ovvero dosare le poche energie rimaste per evitare che il motore si fonda definitivamente.

Beth Dobbin ha smesso di correre, ma non ha smesso di lottare. Dalla sua trincea di lenzuola, lancia un messaggio: «Agli atleti si crede di più. Tanti malati mi dicono che vengono scambiati per pigri. Io ho la visibilità, e la uso per loro». L'atleta britannica oggi è immobile, ma la sua voce viaggia. E ha la velocità del coraggio.

17 ott 2026 | 12:10

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