Economia

Calcio inglese, l’allarme dell’autorità di controllo: «Il 94% dei club è in perdita. Siamo sull’orlo di un disastro finanziario»

Calcio inglese, l’allarme dell’autorità di controllo: «Il 94% dei club è in perdita. Siamo sull’orlo di un disastro finanziario»

Sono i club più ricchi del mondo, ma il 94% di loro è in perdita strutturale. Attraggono investimenti da fondi e miliardari da tutto il mondo, ma dipendono dalle continue ricapitalizzazioni degli azionisti, senza le quali due terzi delle società potrebbero sopravvivere non più di 90 giorni. Il calcio inglese è «sull’orlo di un disastro finanziario», è la conclusione dell’Independent Football Regulator (Ifr), l’autorità di vigilanza istituita dal governo britannico nel 2025 per riportare sotto controllo i bilanci delle squadre di Premier League, Championship e delle altre tre leghe professionistiche minori.

Pochi giorni fa, l’Ifr ha pubblicato un’analisi dello stato di salute del calcio inglese, lo State of the Game Report, che sarà la base per un piano correttivo da attuarsi entro il 2030. Il rapporto riconosce anzitutto la straordinaria crescita del movimento, specialmente della serie regina: dal 1992 a oggi i ricavi medi dei club di Premier League sono aumentati di 30 volte, a un ritmo di dieci volte superiore rispetto al prodotto interno lordo britannico. L’incremento è stato frutto soprattutto della moltiplicazione per 60 degli incassi dalla vendita dei diritti televisivi: in questo ambito, ormai, la Premier League gioca un campionato a sé rispetto alle altre Leghe europee (si veda grafico sotto) grazie alla popolarità delle sue partite non solo – e non tanto – in patria quanto sui mercati internazionali.

All’interesse dei tifosi di tutto il mondo si è presto sommato quello dei capitali stranieri che hanno visto nei club di calcio inglese un’opportunità di investimento. Negli ultimi cinque anni, così, si sono concluse operazioni del valore di 7,2 miliardi di sterline (circa 8,5 miliardi di euro) che hanno portato a cambi nell’azionariato per il 65% delle società di Premier League. Basti pensare, per restare alle operazioni più recenti, all’ingresso nel Liverpool di un consorzio guidato dalla famiglia di acciaieri indiani Mittal e partecipato dal fondatore di Amazon, Jeff Bezos, e dal co-fondatore di Facebook, Eduardo Saverin. L’interesse di questi e altri investitori dalle tasche profonde ha portato, stima l’Ifr, il valore totale dei club di Premier League a 12,5 miliardi di euro, oltre il doppio rispetto alle altre Leghe europee.

I nuovi proprietari non hanno lesinato sulle spese per rendere le loro squadre più competitive nel campionato nazionale e, soprattutto, nei ricchi tornei europei, a cominciare dalla Champions League. Nella sola stagione 2025/2026 i club di Premier League hanno comprato calciatori per 3,1 miliardi di sterline (3,7 miliardi di euro) e ne hanno venduti per 1,25 miliardi di sterline (1,5 miliardi di euro), con un saldo negativo di circa 2,2 miliardi di euro. Il 17% di questa somma, peraltro, è andata a remunerare i procuratori che nell’ultima stagione hanno incassato quasi 650 milioni di commissioni. A esplodere non è stato solo il costo dei cartellini, ma anche il salario medio dei calciatori in rosa che, nell’ultimo lustro, è salito del 33% per i top club e in misura maggiore nelle serie inferiori, dove i club si danno battaglia per conquistare un posto nell’ambita e ricchissima Premier League.

Le spese faraoniche per il calciomercato hanno fatto raddoppiare il costo di ammortamento dei cartellini nel calcio inglese, passato fra la stagione 2021/22 e 2025/26 da 1,3 a 2,6 miliardi di sterline (ossia 3,1 miliardi di euro). Questa voce, unito al boom degli stipendi, ha finito di fatto per “mangiare” lo straordinario aumento dei ricavi da diritti tv, da merchandising e da stadio. Si spiega così il fatto che il 94% dei club del calcio inglese sia in perdita, come si vede dal grafico sotto: in media, per le società di Premier League, il rosso è di 44 milioni di sterline (52 milioni di euro) e il dato è in peggioramento.

L’accumulo di disavanzi sta costringendo i proprietari a procedere a continue ricapitalizzazioni, indispensabili per pagare gli stipendi e mantenere il club solvente. Fra marzo 2025 e marzo 2026, così, 67 società di calcio inglese hanno ricevuto sei o più iniezioni di capitale da parte dei loro azionisti. Che, per ora, sembrano pronti a continuare a metter mano al portafoglio: senza il loro sostegno, del resto, due terzi dei club non sopravvivrebbe più di tre mesi e un terzo nemmeno 30 giorni. Ma quanto durerà questa disponibilità? Fra 2012/22 e 2025/26, nota l’Ifr, gli investitori nei primi cinque campionati inglesi abbiano perso il 41% del valore originario del loro investimento (mentre il Ftse 100, l’indice di riferimento della Borsa di Londra, ha guadagnato il 38%).

Le iniezioni di capitale da parte delle proprietà non hanno peraltro evitato un cospicuo ricorso all’indebitamento da parte dei club inglesi. Nelle ultime cinque stagioni il loro debito è salito da 2,8 miliardi a 4,1 miliardi di sterline (4,9 miliardi di euro) e quest’anno, prevede l’Ifr, toccherà i 5,1 miliardi di sterline (oltre 6 miliardi di euro), il 75% dei quali gravano sui bilanci delle società di Premier League. Ed è un peso che, con l’aumento dei tassi, rischia di diventare insostenibile: gli interessi sul debito pagati annualmente dai club inglesi sono aumentati nel giro di cinque anni da 97 a 455 milioni di sterline (537 milioni di euro), con incremento del 370%. Il costo del debito è cioè quadruplicato.

Cosa succederebbe se a un certo punto uno o più club non fossero più in grado di far fronte al rimborso di questa montagna di debiti (soprattutto bancari)? Per i proprietari il rischio sarebbe di perdere il controllo del club a zero e, quindi, veder annullato il valore dei loro enormi investimenti. Come si evince dalla tabella sotto, infatti, i club hanno concesso ai loro creditori garanzie del valore di oltre 13,7 miliardi di sterline (16,2 miliardi di euro) per ottenere i finanziamenti: i pegni insistono spesso su asset come gli stadi o sui futuri ricavi da diritti tv, ma in molti casi gravano sullo stesso capitale del club, esponendolo alla stessa sorte toccata all’Inter nel passaggio di proprietà fra la famiglia Zhange e Oaktree.

Alla luce di questi numeri, la conclusione dell’Ifr è impietosa. «Non possiamo sprecare altro tempo senza affrontare la quantità di rischi finanziari che si è radicata nel calcio inglese», scrivono David Kogan Obe e Richard Monks, rispettivamente presidente e ceo dell’autorità. «Sarebbe preferibile che il mondo del calcio trovasse a un accordo al suo interno per risolvere queste problematiche – concludono - qualora il calcio non riuscisse a trovare una soluzione, però, non esiteremo a ricorrere a tutti i poteri a nostra disposizione per determinare un cambiamento duraturo».

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