La flat tax potrebbe allargarsi fino a 100mila euro, ma non tutti ne ricaverebbero lo stesso vantaggio. Per qualcuno significherebbe continuare a pagare il 15% sui redditi dell'attività autonoma anziché passare alla tassazione ordinaria. Per altri, soprattutto chi lavora direttamente con i consumatori, il beneficio potrebbe accompagnarsi a una complicazione: il ritorno dell'Iva in fattura, con il rischio di dover aumentare i prezzi o ridurre i margini. E mentre il governo studia come allargare la platea dei beneficiari, un'altra norma rischia di restringerla per chi, oltre alla partita Iva, ha anche uno stipendio o una pensione.
È il doppio volto della possibile riforma del regime forfettario, uno dei dossier fiscali ancora aperti nella manovra. La Lega insiste per innalzare da 85 mila a 100 mila euro il limite di ricavi e compensi, ma sulla strada ci sono i vincoli europei e soprattutto le coperture finanziarie.
Una possibile soluzione, come riporta il Sole24Ore, sarebbe quella di separare il trattamento delle imposte sui redditi da quello dell'Iva. Fino a 100 mila euro si potrebbe continuare a beneficiare della tassa piatta del 15%, ridotta al 5% per le nuove attività che rispettano i requisiti. Superati gli 85 mila euro, invece, scatterebbero gli ordinari obblighi Iva, a partire dall'applicazione dell'imposta sulle fatture.
Il motivo è europeo. La direttiva comunitaria fissa a 85 mila euro il limite massimo nazionale per la franchigia Iva delle piccole attività. Per spingersi oltre senza modificare quella soglia, il governo valuta dunque un sistema nel quale il vantaggio sulle imposte dirette sopravvivrebbe alla perdita dell'esenzione Iva. Ma sarebbe davvero conveniente? Dipende dal tipo di attività e, soprattutto, da chi paga le fatture.
Prendiamo un consulente che fattura 90 mila euro all'anno a imprese (5 mila euro sopra al limite massimo per la franchigia Iva). Nel regime forfettario, per molte attività professionali, il reddito imponibile si determina applicando ai compensi un coefficiente di redditività del 78%. Su 90 mila euro significa 70.200 euro, prima della deduzione dei contributi previdenziali obbligatori. Applicando il 15%, l'imposta teorica sarebbe di 10.530 euro, destinata a diminuire una volta considerati i contributi deducibili.
Il vantaggio rispetto alla tassazione ordinaria può essere significativo, soprattutto per chi sostiene poche spese professionali. La comparazione effettiva, però, dipende dai costi deducibili, dai contributi e dalla situazione fiscale individuale.
L'Iva pone un problema diverso. Se il consulente lavora per un'azienda che può detrarla integralmente, l'imposta addebitata in fattura rappresenta normalmente una partita neutra per il cliente. Se invece vende servizi a un privato, il discorso cambia. Una prestazione da mille euro, ipotizzando l'aliquota ordinaria del 22%, arriverebbe a costare 1.220 euro. Per mantenere invariato il prezzo finale di mille euro, il professionista dovrebbe ridurre il compenso al netto dell'Iva a circa 820 euro.
Ecco perché la stessa riforma potrebbe produrre conseguenze molto differenti: più semplice da assorbire per chi lavora con aziende che detraggono l'Iva, potenzialmente più onerosa per chi vende direttamente alle famiglie. Va considerato, naturalmente, che l'ingresso nel regime Iva ordinario consentirebbe anche di recuperare, nei casi previsti, l'imposta pagata sugli acquisti. Un vantaggio che oggi i forfettari non hanno.
C'è però un'altra questione che riguarda una platea diversa e rischia di passare inosservata. Mentre si discute di aumentare il tetto dei ricavi a 100 mila euro, potrebbe abbassarsi il limite di reddito per chi esercita un'attività autonoma accanto a un lavoro dipendente o alla pensione.
Per il 2025 e il 2026 questo limite è stato portato da 30 mila a 35 mila euro. Senza una proroga, dal prossimo anno tornerebbe a 30 mila. Basta immaginare un dipendente con 33 mila euro di reddito da lavoro e una piccola attività professionale che produce 1 2mila euro di compensi. Nel 2026, in presenza degli altri requisiti, può beneficiare del forfettario; nel 2027, con il ritorno della vecchia soglia, non potrebbe più farlo se il reddito da dipendente dell'anno precedente restasse lo stesso.
Una differenza difficile da ignorare. Da un lato si cerca di favorire chi ha un'attività autonoma con ricavi vicini ai 100 mila euro. Dall'altro si rischia di escludere chi ne ricava poche migliaia, semplicemente perché dispone già di un reddito da lavoro o di una pensione superiore al limite consentito. In altre parole, si potrebbe avere una flat tax più larga per chi fattura di più, ma potenzialmente più stretta per chi cerca di integrare uno stipendio o una pensione con un secondo lavoro.
Ecco che Forza Italia ha proposto di portare questa seconda soglia a 40 mila euro e renderla strutturale. Anche in questo caso, però, occorre trovare i soldi.
Il precedente non incoraggia a sottovalutare il conto. Quando nel 2023 il tetto del forfettario passò da 65 mila a 85 mila euro, il costo per lo Stato si rivelò superiore alle previsioni. Secondo la Corte dei conti, i minori introiti hanno raggiunto circa 495 milioni di euro nel 2024 e 315 milioni nel 2025, oltre le stime iniziali.
Anche conservare per il 2026 il limite di 35 mila euro per i redditi da lavoro dipendente ha un costo: la relazione tecnica alla manovra aveva quantificato gli effetti negativi in 79,4 milioni per il 2026 e 140,9 milioni per il 2027, considerando anche le componenti contributive.
La coperta, del resto, è corta. Il governo deve conciliare gli interventi per famiglie, imprese e pensioni con le risorse disponibili. E per valutare il costo dell'estensione a 100 mila euro manca un dato decisivo: quanti contribuenti si collocherebbero effettivamente nella fascia compresa tra 85 mila e 100 mila euro, scegliendo di restare nel regime agevolato.
20 ottobre 2026, 09:01 - Aggiornata il 20 ottobre 2026 , 09:18