«I debiti sono la schiavitù degli uomini liberi», ha detto Publilio Siro, drammaturgo romano di origine antiochena. Una riflessione che è una considerazione sempre più contemporanea. La riunione annuale del Fondo Monetario, guidato da Kristalina Georgieva, e della Banca Mondiale, presieduta da Ajay Banga, si è aperta la scorsa settimana a Bangkok in un clima di preoccupazione per l’economia globale. Al centro del confronto tra ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali c’erano le conseguenze del conflitto in Medio Oriente, l’aumento dell’energia, i tassi che crescono e il crescente peso del debito pubblico. L’appuntamento è arrivato in una fase delicata. La guerra tra Israele e Iran, giunta all’ottavo mese, continua a generare tensioni sui mercati energetici. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran ha provocato uno dei più significativi choc degli ultimi anni.
Secondo i responsabili delle principali istituzioni, la situazione resta gestibile ma i margini di sicurezza si stanno assottigliando. L’aumento dei prezzi del diesel, il rincaro dei fertilizzanti e gli effetti di un possibile forte evento climatico come El Niño rischiano di alimentare spinte inflazionistiche e di rallentare ulteriormente una crescita mondiale già debole.
Per contenere le tensioni, i Paesi del G7 hanno concordato il rilascio di parte delle riserve strategiche di petrolio e carburanti. Tuttavia, molti osservatori sentono che il sistema dispone di un cuscinetto molto più ridotto rispetto al passato. Secondo le stime del Fmi, il debito pubblico mondiale ha raggiunto i valori più elevati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e potrebbe superare il 100% del prodotto interno lordo globale entro la fine del decennio. La situazione appare particolarmente critica per numerosi Paesi emergenti e a basso reddito. Molti governi sono costretti a rifinanziare il proprio debito a costi molto più elevati rispetto agli anni precedenti, mentre una quota crescente delle entrate statali viene assorbita dal pagamento degli interessi.
Nel corso del 2026 le economie in via di sviluppo dovranno affrontare centinaia di miliardi di dollari di rimborsi verso i creditori esteri. Proprio per questo motivo diversi osservatori chiedono un maggiore sostegno internazionale. Il debito mondiale ha superato 365 mila miliardi di dollari nel primo semestre 2026, contro 347,4 mila miliardi di un anno prima: 110,5 mila miliardi ai governi, 105,1 alle imprese non finanziarie, 84,3 al settore finanziario e 65,7 alle famiglie. L’aumento è stato di oltre 10 mila miliardi nei soli primi 6 mesi dell’anno. Un incremento che però è meno della metà dei 21 mila miliardi registrati nello stesso periodo del 2025, frenato da tassi e costi di servizio del debito più elevati. I mercati emergenti hanno generato gran parte dell’aumento: il debito è salito di 6,5 mila miliardi, oltre 110 mila miliardi, trainato dalla Cina. Negli emergenti, esclusa la Cina, il debito è cresciuto di 1,7 mila miliardi nel semestre, arrivando a 38 mila miliardi. A livello settoriale globale famiglie e istituzioni hanno rallentato la creazione di nuova leva finanziaria, mentre governi e imprese non economiche hanno fatto registrare nuovi massimi. Il rapporto debito/Pil globale resta intorno al 310%, circa 25 punti sotto il picco di inizio 2021. Ma è una stabilità in parte illusoria: l’inflazione ha sostenuto il Pil nominale e ridotto il peso reale delle passività, senza un autentico deleveraging. Nell’ultimo anno le economie avanzate hanno pagato oltre 3,3 mila miliardi di dollari di interessi sui titoli pubblici: più della spesa globale stimata per AI (2,6 mila miliardi), difesa (3,1 mila miliardi) o energia pulita (2,3 mila miliardi). Molti governi, per gestire la pressione crescente sui rendimenti ed evitare di vincolarsi a elevati tassi per un lungo periodo, ricorrono a scadenze brevi, meno costose, ma più esposte ai rinnovi e alla volatilità dei tassi.
Negli Usa il debito delle imprese non finanziarie ha raggiunto 24 mila miliardi. Finora non si vede un rilevante effetto di spiazzamento sui Treasury: la quota corporate nelle emissioni globali è stabile e la domanda estera di attività Usa resta robusta. Lo stesso presidente della Fed, Kevin Warsh, ha fatto riferimento al rischio competizione per il Treasury dalle emissioni legate all’Ai. Tuttavia la crescita del debito governativo Usa, che ha superato questa estate i 40 mila miliardi, mette sempre più in discussione il ruolo dei titoli americani come asset sicuro.
La traiettoria del debito resta in crescita e in particolare i governi sono soggetti alla spinta implacabile del superciclo Head: Health care, energy, Ai e defence. Sanità, sicurezza energetica, Ai insieme alla difesa e con le relative spese in infrastrutture, dovrebbero assorbire circa 25 mila miliardi nel 2026, quasi un quinto del prodotto mondiale. Spese poco sensibili ai tassi alimenteranno nuove emissioni; sanità e pensioni graveranno direttamente sui bilanci statali. Inoltre, le scadenze elettorali riducono gli incentivi a riforme impopolari e favoriscono soluzioni di breve periodo.
Ma quali sono le nazioni più indebitate? Il Giappone resta il Paese che soffre di più tra le grandi economie, con un debito pari al 194,5% del Pil. Seguono Singapore (166,2%) e Grecia (146,5%). Al quarto posto c’è l’Italia (137,1%) Anche se lo scorso agosto il debito complessivo è sceso a 3.200,8 miliardi. In tutto sono dieci le economie, sulle 43 censite, il cui debito pubblico supera la ricchezza prodotta in un anno.
19 ott 2026 | 14:10