Prima la buona notizia. Confindustria rivede al rialzo le stime sulla crescita: da più 0,5% a più 1% nel 2026, in linea con quelle del governo. La cattiva notizia è che il 2026 era partito bene ma finirà così così. Stesso discorso per il 2027: l’anno prossimo la crescita è prevista fermarsi allo 0,6% (0,8 per il governo). Da qui in avanti incideranno in particolare tre fattori. Il primo, l’aumento dei tassi di interesse. Il secondo: il Pnrr smetterà di fare da traino (per Confindustria lo 0,5% della crescita, quindi la metà, quest’anno sarà dovuta proprio al piano di ripresa e resilienza, ma nel 2027 saranno messe a terra solo spese residuali, 27 miliardi contro i 42 del 2026). Il terzo: l’impatto delle guerre si scaricherà con più forza sui costi dell’energia.
L’ipotesi alla base dello scenario di previsione per l’economia italiana è che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti si trovi una soluzione alla guerra USA-Iran e da gennaio prenda avvio la normalizzazione dei transiti. Il rapporto mette in guardia: «Il protrarsi della chiusura dello Stretto sarebbe sostenibile fino a maggio prossimo, utilizzando tutte le riserve strategiche e commerciali mondiali. Superato quel mese senza un reale sblocco dello Stretto, sarebbe difficile approvvigionarsi e salirebbero le quotazioni del petrolio a livelli mai visti prima». Che cosa succederebbe esattamente se i prezzi del gas e del petrolio salissero ancora di più rispetto a oggi è una stima del Csc a spiegarlo: «Con un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua nel 2027, rispetto ai 75 dello scenario di base e ai 94 di quest’anno, si potrebbe annullare la crescita del Pil prevista per il 2027; lo stesso accadrebbe con il prezzo del petrolio in media a 115 dollari al barile e quello del gas a 89 euro/MWh (invece dei 58 dello scenario base)».
Il problema è che un eventuale aggravarsi della situazione inciderebbe su una realtà già molto penalizzante per il nostro Paese. Dice ancora il rapporto: «Il prezzo dell’energia elettrica è sistematicamente più alto rispetto ai competitor europei (+35% rispetto alla Germania nei primi 9 mesi del 2026). Il prezzo del gas naturale in Europa ad agosto 2026 è stato pari a quasi 8 volte quello in America, dove la quotazione non è aumentata nel corso di quest’anno».
Durissimo l’attacco all’Ets, in pratica il sistema che obbliga le imprese che inquinano a versare fondi agli Stati. Secondo Confindustria le minori emissioni della manifattura negli ultimi anni sono dovute al fatto che diverse imprese hanno chiuso o prodotto di meno: «Il calo delle emissioni, nella manifattura, è in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese — dice il rapporto —. Nella sola manifattura italiana sottoposta a Ets, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti manifatturieri, a un ritmo di 19 impianti l’anno. Le chiusure di impianti valgono circa la metà (48%) della riduzione delle emissioni, quindi questa riduzione non deriva da un reale processo di decarbonizzazione. Dell’altra metà di riduzione delle emissioni (52%) non è possibile stabilire quanta parte sia attribuibile a un calo dei volumi produttivi, che c’è stato, e quanta a un reale processo di decarbonizzazione».
Il problema secondo Confindustria è che i soldi raccolti dallo Stato in Italia non sono poi stati usati per aiutare le imprese a decarbonizzare: «Tra il 2012 e il 2025 l'Italia ha incassato dalla vendita delle quote ETS circa 20,8 miliardi di euro. Fino al 2023, sebbene fosse raccomandato dalla Commissione europea di destinarne almeno la metà a finalità di decarbonizzazione, l’Italia ne ha spesi circa il 9%. Dal 2023 l'obbligo è salito all'intero ammontare del gettito, ma in Italia la maggior parte dei proventi continua a confluire nel bilancio dello Stato». Insomma, la critica riguarda anche il governo Meloni.
Ma l’appunto rivolto a palazzo Chigi è anche un altro: la riforma della legge quadro sull’artigianato favorirebbe la piccola dimensione delle imprese. Proprio quel nanismo imprenditoriale che riduce la produttività: «La riforma dell’artigianato, oltre a mantenere le attuali agevolazioni per gli artigiani e a determinare una riduzione del contributo alle entrate pubbliche delle imprese che verranno assimilate agli artigiani stessi, spingerà le imprese a rimanere sotto la soglia. Per questo avrà effetti negativi sulla produttività e quindi sui salari«.
Per finire, va tenuto conto che lo scenario previsivo è «a legislazione vigente». Ciò significa che la clausola nazionale di salvaguardia destinata a finanziare maggiori spese per difesa e sicurezza energetica, che vale 14,4 miliardi di euro per il 2026-2027, non è incorporata nelle previsioni. Risorse in cui probabilmente l’industria spera per modificare lo scenario.
14 ott 2026 | 10:19