Economia

Utili e petrolio: pronti per il dietrofront? Lo scenario sulle Borse con la ripresa del conflitto tra Usa e Iran

Utili e petrolio: pronti per il dietrofront? Lo scenario sulle Borse con la ripresa del conflitto tra Usa e Iran

Tutto da rifare. La guerra all’Iran è ripresa, lo stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il petrolio è andato oltre i 90 dollari, com’era un mese fa, e quello del gas europeo TTF è risalito a 55 euro, il massimo dal 26 marzo. Il rendimento del Treasury americano è aumentato di almeno 20 centesimi e, al 4,6%, è tornato quasi al picco di maggio, e quelli dei titoli di stato europei sono risaliti di 30 centesimi, anch’essi ai livelli del 19 maggio. Vanificate tutte le speranze di una ripresa economica e di un’inflazione in ribasso, si direbbe.
Invece no. Wall Street neanche si cura del clima che s’è incupito e, dal 6 luglio, quando s’è percepito che le ostilità tra Usa e Iran erano in ripresa, Nasdaq e S&P mostrano un piccolo rialzo e i Magnifici 7, in grande sofferenza per tutto il mese di giugno, rialzano la testa salendo del 4%. Dopo aver toccato nuovi record, calano invece le borse europee, seppure di un non drammatico 2% per l’indice Stoxx 50. E si capisce il motivo: l’Europa è più dipendente dal gas e il TTF è cresciuto del 33% dal minimo relativo del 26 giugno, ben più del Brent (+19%). E potrebbe crescere ulteriormente, dice Goldman Sachs, poiché le riserve «sono molto basse» e urge riportarle a livelli adeguati prima dell’inverno. Il prezzo del gas europeo è rincarato del 100% da inizio anno, assai più del Brent (40%).

Se due settimane fa la Bce mostrava esitazione nell’alzare i tassi d’interesse, un ritocco a settembre è dato ora quasi per certo. Non a caso il rendimento del Bund a 2 anni (2,75%) è al massimo dal luglio 2024. Il mensile sondaggio di BofA, condotto dal 2 al 9 luglio tra i grandi gestori internazionali, coglie solo in parte il mutato clima. Comprare i titoli dei semiconduttori è diventata una moda generalizzata, abbracciata dall’82% dei gestori, con una tendenza così pervasiva che mai s’era vista in passato, quantomeno negli ultimi 15 anni. L’ottimismo è prossimo ai massimi storici, la liquidità in portafoglio è ridotta ai minimi e l’inflazione è meno di un ronzio.
La Fed alzerà i tassi? Probabilmente no, rispondono i gestori e, in ogni caso, non prima delle elezioni di novembre. Semmai, l’unico cruccio è il rischio di una bolla speculativa sui titoli dell’Intelligenza artificiale, adombrato dal 45% degli intervistati: ma solo come ipotesi estrema, visto che il 48% (in crescita dal 43% di giugno) esclude che l’Ai sia in bolla. Eppure il 48% dei gestori comincia a chiedersi se le ingenti spese per investimenti (sempre più a debito), sostenute dai colossi tecnologici (hyperscaler), possano indurre una crisi del credito. Quella percentuale era al 33% due mesi fa.
Ancor più datato e assai meno indicativo è il sondaggio BofA tra gli investitori europei: sfiora l’euforia, poiché il 37% degli intervistati (contro il 4% del mese precedente) s’è dipinto uno scenario di robusta crescita e inflazione in calo, si dimezza la percentuale di chi vede instabilità nel Medioriente e raddoppia (al 69%) la schiera di chi s’aspetta discreti rialzi (del 6,3% circa) per le nostre borse, al punto che il 40% s’immagina l’indice Stoxx far meglio dell’S&P. Non potendo contare sui pochi titoli tecnologici, i nostri investitori dicono di prediligere banche e finanziari e puntano sui listini tedesco e spagnolo.

Si dirà che la velleità di battere di Wall Street è meno di una pia illusione vedendo gli utili dell’S&P crescere del 24% nel 2° trimestre e del 27% nel 2026, quasi tre volte quelli dello Stoxx, stimati attorno al 10% da UniCredit. Ma questa virtù nasconde un trucco: le società americane amano sfornare numeri di bilancio secondo comodi principi contabili, in ogni caso non in linea con quelli internazionali (Gaap) in uso in Europa. Gli analisti dal canto loro sono felici di abboccare, cosicché gli utili che leggiamo nei dati di consenso FactSet o Lseg risultano ancor più brillanti.
S&P Global Market e Bloomberg si son presi la briga di ricalcolare i profitti societari dal 2021 al 2025 secondo i principi Gaap: il risultato è che i numeri ufficiali sono gonfiati di un buon 15% medio annuo.
Wall Street non è cara, ripetono gli analisti, additando un rapporto prezzo utili di 22 per il 2026. Se si toglie la tara, quel p/e sale a 26: quasi doppio rispetto al più affidabile p/e dello Stoxx (15,7). Anche i brillantissimi risultati delle banche americane, pubblicati la scorsa settimana, lasciano qualche perplessità e comunque non paiono sostenibili, in gran parte frutto di operazioni di borsa: non a caso i ricavi da trading sono quasi raddoppiati rispetto a un anno fa, quando i mercati finanziari zoppicavano a causa delle tariffe di Trump.

Senza contare che sostenibili non possono essere i ricavi di gran parte delle società Ai. Non lo sono perché nella generalizzata euforia i giganti del settore si comprano l’un l’altro semiconduttori, memorie, servizi, software, hardware e quant’altro serve per costruire i grandi data center. E non possono essere attendibili le stime degli analisti che proiettano un lustro di balzi annui del fatturato del 50%, 100% e persino del 236% (Sandisk). Osservando i dati del 2025 e soprattutto quelli stimati fino al 2028 per una dozzina di grandi società, i ricavi si moltiplicherebbero mediamente di 5 volte nell’arco di 4 anni, e persino di 7 volte per Sandisk.
Quando mai s’era vista una tale abbondanza? Analisti e investitori si sono creati un futuro non solo perfetto, ma più che idilliaco. E tale se l’erano costruito pure gli amministratori di Ibm, prima che il titolo si schiantasse del 25% a causa dei mancati ricavi sperati. Un mese fa, quasi tutti s’erano illusi che il petrolio avesse inesorabilmente intrapreso la strada dei 60 dollari, come prima della guerra, e avevano irriso al report di S&P Global del 24 giugno, che lo stimava invece in forte risalita.

20 lug 2026 | 10:38

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