Economia

Unicredit, Orcel dopo Commerzbank guarda all’italiana Fineco: è un ritorno al futuro (fino al 2019 era nel gruppo)

Unicredit, Orcel dopo Commerzbank guarda all’italiana Fineco: è un ritorno al futuro (fino al 2019 era nel gruppo)

Venerdì 5 giugno Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha telefonato al suo omologo in Unicredit Andrea Orcel. Caro Andrea, ha detto in buona sostanza Messina, ti informo che stiamo per lanciare una offerta pubblica di acquisto e scambio sulla totalità delle azioni del Monte dei Paschi di Siena. Fu una telefonata informale, di rispetto per il maggiore concorrente italiano e di cortesia. Anche di trasparenza. L’operazione sarebbe stata comunicata al mercato solo due giorni dopo. Per Orcel, nonostante i toni e la cordialità di Messina, fu un colpo basso. Unicredit infatti si vedeva svanire all’improvviso un’altra possibile banca target sul territorio italiano.
Era già successo con la Popolare di Sondrio, finita nel 2025 nel perimetro di Bper grazie all’intuizione del presidente di Unipol, Carlo Cimbri, consigliere di amministrazione della società che edita questo giornale.
Orcel era ed è impegnato nella conquista della tedesca Commerzbank, in quella che è la prima operazione transfrontaliera di rilevanti dimensioni negli ultimi vent’anni in Europa. Anche allora fu Unicredit, con la bavarese Hvb come target. Oggi l’obiettivo è la banca di Francoforte, un gruppo che vale 40 miliardi in Borsa e che farebbe di Unicredit uno dei pochissimi riferimenti europei presenti in maniera significativa in due delle tre maggiori economie del Vecchio continente. Un’operazione di grande rilievo, che venerdì 3 luglio si è conclusa nella sua prima parte con Unicredit al 49,65 per cento del capitale di Commerzbank.

La quota in portafoglio a Orcel è importante visto che, con una partecipazione media alle assemblee di Commerzbank attorno al 73 per cento, già oggi permetterebbe a Unicredit di controllare quasi il 75 per cento dei voti, quota che darebbe mano libera per ogni operazione. Ma a fronte dei grandi successi esteri, che andranno celebrati dopo l’arrivo delle autorizzazioni, quindi perlomeno a fine anno, Orcel è costantemente spinto dal desiderio di realizzare una acquisizione italiana. Va infatti ricordato che nel 2021 venne chiamato alla guida di Unicredit con il preciso mandato di crescere sul mercato domestico. Intento che non si è ancora realizzato, nonostante l’impegno su Monte dei Paschi di Siena (2021) e su Banco Bpm (2025). Così, ora che l’offerta pubblica di scambio su Commerzbank sta andando a definirsi Orcel può tornare a guardare l’Italia. Il margine di capitale lo permette: su un limite Bce del 10,2 il Cet1 ratio di Unicredit post Commerzbank è del 12,5. Ma non può più, almeno per ora, guardare verso Siena come stava facendo e a quel punto le opzioni sono circoscritte.

Sul tavolo di Unicredit sembrano esserci solo tre alternative possibili: Banca Generali, indicata da numerosi rumors di mercato, il Banco Bpm e Fineco Bank. Quest’ultima è la più intrigante e rappresenterebbe per Orcel, a metà strada tra Doc e Marty McFly, un Ritorno al futuro. È chiaro, evidenziano dalla sede di Unicredit, che ogni possibile iniziativa appare prematura, visto l’impegno richiesto dall’operazione Commerzbank, ma Orcel già lo scorso anno avviò contemporaneamente due offerte sul mercato e potrebbe rifarlo ora. Anche perché il tempo stringe e le alternative sono sempre meno numerose. Vediamole.

Banca Generali è fuggita un anno fa all’abbraccio di Mediobanca e ora rappresenta un punto di sviluppo del gruppo assicurativo. I vertici della banca riportano direttamente al direttore generale del gruppo, Giulio Terzariol, che dopo aver promosso la collaborazione interna con Alleanza ora sta evidenziando il ruolo della banca come fabbrica prodotti per l’universo del Leone. Generali controlla il 51 per cento della banca, il resto è sul mercato. Nel capitale della compagnia assicurativa c’è anche Unicredit, con l’8,8 del capitale che, ai prezzi di Borsa, vale circa 5,7 miliardi di euro. L’intera Banca Generali capitalizza 7,6 miliardi. La quota di Generali, compreso il premio di maggioranza, vale meno e questo autorizza ipotesi di scambio e tutto il can-can che si sussurra sul mercato. Orcel però guarda anche alla redditività. Nel 2025 Unicredit ha incassato dalle sole partecipazioni in Commerzbank e in Alpha Bank circa 900 milioni di euro di dividendi. Generali è un buon pagatore di cedole (nel 2026 Unicredit ha incassato 218 milioni) e in più lasciare Trieste quando sta per arrivare Intesa potrebbe essere tatticamente azzardato.
Il Banco Bpm è poi un vecchio sogno, ma con il Crédit Agricole al 30 per cento e l’opzione golden power esercitata dal governo un anno fa è difficile procedere.

Resta quindi Fineco Bank. Nel 2019 Jean Pierre Mustier, allora ceo di Unicredit, vendette il 35,1 per cento di Fineco in cambio di 2,1 miliardi. La banca era in difficoltà, ma Fineco anche allora era un gioiello. Quella quota, oggi, varrebbe più di 4,8 miliardi, visto che Fineco capitalizza in Borsa poco meno di 14 miliardi di euro ed è una vera e propria public company, senza cioè un azionista di riferimento, se non la visionaria razionalità di Alessandro Foti, che guida il gruppo con lungimiranza dal 2000. Sarebbe un ritorno a casa che a Unicredit permetterebbe, nel settore del risparmio gestito, l’allontanamento da Amundi del gruppo Crédit Agricole, a cui retrocede importanti commissioni e uno sviluppo della propria piattaforma Onemarkets. Industrialmente un mosaico perfetto, anche se in molti evidenziano che il sistema operativo di Fineco, sviluppato internamente, non è integrabile con altri. Ma a questo c’è tempo per pensare.

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