Economia

Trump prepara nuovi dazi su 60 Paesi: cosa vuole fare e perché punta a ricostruire il muro commerciale

Trump prepara nuovi dazi su 60 Paesi: cosa vuole fare e perché punta a ricostruire il muro commerciale

Donald Trump vuole rialzare il muro. Non quello al confine con il Messico, ma quello costruito attorno al mercato americano. Dopo che la Corte Suprema ha demolito la base giuridica della sua offensiva commerciale, la Casa Bianca sta correndo contro il tempo per ricostruire il sistema di dazi che aveva caratterizzato la prima parte del suo secondo mandato. Entro il 24 luglio scadono infatti le tariffe generalizzate del 10% introdotte come misura provvisoria e l'amministrazione è pronta a sostituirle con un nuovo pacchetto destinato a colpire fino a 60 Paesi.

Secondo il Financial Times, l'annuncio potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Ma, rispetto ai provvedimenti precedenti, questa volta cambia soprattutto la strategia: non più il ricorso ai poteri d'emergenza del presidente, bocciati dalla magistratura americana, bensì una procedura molto più articolata prevista dalla legislazione commerciale statunitense. È un passaggio tecnico solo in apparenza. In realtà segna l'inizio della seconda fase della guerra commerciale di Trump, costruita per essere molto più difficile da smontare davanti ai tribunali.

La svolta nasce dalla sconfitta subita dalla Casa Bianca davanti ai giudici.

All'inizio dell'anno la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non poteva utilizzare l'International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) - una legge pensata per affrontare emergenze nazionali - per imporre dazi generalizzati sulle importazioni provenienti da quasi tutto il mondo. La decisione ha costretto l'amministrazione a rimborsare parte delle somme già incassate dagli importatori e a cercare rapidamente un'altra base giuridica.

Per evitare un vuoto normativo, Trump ha fatto ricorso alla Section 122 del Trade Act del 1974, che consente di imporre dazi temporanei fino al 10% per un massimo di 150 giorni. È proprio quel termine che scadrà il 24 luglio. Per prorogare quelle tariffe servirebbe un intervento del Congresso, considerato improbabile a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.

La soluzione individuata dall'amministrazione passa attraverso un'altra norma dello stesso Trade Act del 1974: la Section 301, già utilizzata da Trump durante il suo primo mandato contro la Cina.

A differenza dei poteri d'emergenza, questa procedura richiede un'indagine formale, consultazioni pubbliche e audizioni prima dell'entrata in vigore delle misure. Una volta introdotti, però, i dazi possono restare in vigore per quattro anni ed essere successivamente rinnovati.

L'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (Ustr) ha già concluso una prima indagine che accusa circa 60 Paesi di non contrastare adeguatamente il lavoro forzato nelle rispettive catene di approvvigionamento. Su questa base sono stati proposti dazi del 10% per 16 Paesi e del 12,5% per altri 44, aliquote sostanzialmente analoghe o leggermente superiori a quelle destinate a scadere.

Parallelamente è in corso una seconda indagine sull'eccesso di capacità produttiva di sedici grandi partner commerciali, tra cui Unione Europea, Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Taiwan e Messico. Da questo procedimento potrebbero nascere, nei prossimi mesi, tariffe ancora più elevate.

Per Trump i dazi rappresentano il principale strumento della sua politica economica. L'obiettivo è rendere più costoso produrre all'estero e più conveniente investire negli Stati Uniti, favorendo il ritorno della manifattura americana e riducendo il deficit commerciale.

Ma c'è anche un'altra ragione, meno evidente. Le tariffe sono diventate una fonte significativa di entrate per il Tesoro statunitense. Lo scorso autunno gli incassi derivanti dai dazi avevano superato i 31 miliardi di dollari mensili. Dopo la sentenza della Corte Suprema, però, le entrate si sono progressivamente ridotte fino a trasformarsi, tra rimborsi agli importatori e minori incassi, in un saldo negativo nel mese di giugno. Recuperare quel flusso di risorse è diventato uno degli obiettivi della Casa Bianca.

La filosofia è quella che Trump sintetizza da anni con un'espressione diventata ormai un marchio politico: «Tariff Man». L'idea è sostituire progressivamente il modello di libero scambio che gli Stati Uniti hanno promosso dagli anni Novanta con un sistema nel quale l'accesso al mercato americano abbia un prezzo. Chi vuole esportare negli Stati Uniti dovrà accettare condizioni negoziate da Washington oppure pagare dazi più elevati.

Non tutti, però, condividono questa linea. Sempre secondo il Financial Times, diversi consiglieri economici stanno invitando Trump a evitare un'escalation proprio mentre il costo della vita resta una delle principali preoccupazioni degli elettori americani. Un aumento eccessivo dei dazi rischierebbe infatti di tradursi in prezzi più elevati per imprese e consumatori, alimentando nuove pressioni inflazionistiche a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato.

Anche per questo motivo, spiegano analisti e legali specializzati in commercio internazionale, l'amministrazione potrebbe procedere per gradi: prima sostituire i dazi in scadenza con aliquote analoghe attraverso la Section 301 e soltanto successivamente valutare aumenti più consistenti, soprattutto nei confronti dei Paesi accusati di sostenere produzioni in eccesso che danneggiano l'industria americana.

Una strategia che consentirebbe alla Casa Bianca di mantenere intatta la propria linea protezionistica riducendo, almeno nell'immediato, il rischio di nuovi contraccolpi economici e politici.

21 lug 2026 | 13:16

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