«Chi me lo ha fatto fare? Nessuno. In passato mi avevano chiesto, soprattutto inglesi e francesi, di scrivere un libro, ma ritenevo non fosse giusto farlo da giocatore. Tre anni fa ho smesso, il momento è arrivato. Se alla fine mi sono sentito meglio? Sollevato? Ho riletto il libro scritto con Gianluca Barca tante volte. Mi sono commosso, ho pianto ripassando le cose che ho vissuto, e alla fine non mi sono sentito più leggero, ma orgoglioso di aver raccontato chi sono, chi è l’uomo che ha portato per tanti anni quella maglia con il numero 8».
Sergio Parisse, 142 partite con l’Italia, 94 da capitano, 69 presenze nel Sei Nazioni (record assoluto) e tante vittorie con Treviso, con lo Stade Français e il Tolone, è stato uno dei fuoriclasse del gioco e il primo italiano a entrate nella Hall of Fame del rugby. «8 a modo mio» è la sua storia e se nel titolo c’è il suo numero è perché Parisse quel ruolo, destinato secondo l’ortodossia soprattutto al combattimento, lo ha interpretato «a modo suo»: usando i piedi, passando il pallone dietro la schiena. «Era il mio modo di giocare. Facevo le scelte che ritenevo migliori anche perché sapevo di poterle fare quelle cose. In campo sono sempre andato per dare tutto e per divertirmi».
«Ti sei divertito?» glielo chiedeva suo padre, Sergio come lei e come lei rugbista (campione d’Italia con L’Aquila), alla fine di ogni partita.
«Sì. Quando gli ho detto che avrei voluto giocare a rugby mi disse: se vai male a scuola puoi dimenticartelo e cerca sempre di divertirti».
Lei parla di senso di responsabilità e del desiderio di proteggere i familiari e i compagni. È per questo che è stato un capitano?
«A essere responsabile mi ha insegnato papà. Era un lavoratore, si preoccupava che la famiglia stesse bene. Severo quando era giusto esserlo, mi ha insegnato che le tue scelte devono essere volute, convinte. Era ingegnere e si trasferì in Argentina per lavoro, lui e mamma Carmela. Mamma era molto affettuosa, è lei che mi ha trasmesso il desiderio di proteggere chi mi sta vicino, anche evitando di raccontare i miei guai».
«8 a modo mio» di Sergio Parisse con Gianluca Barca
(Rizzoli), da oggi in libreria
Dura fare il capitano?
«Da ragazzo avevo un quaderno con tutti i numeri dei compagni e prima delle partite li chiamavo per saper come stavano, per ricordargli il luogo dell’appuntamento. Diciamo che non è stato difficile all’inizio. Poi col professionismo le cose cambiano. Ho sempre fatto quello che ritenevo giusto e qualcuno avrà sicuramente pensato che fossi un presuntuoso. Ma non mi interessava quello che pensavano, sapevo che certe cose andavano fatte. La faccia l’ho sempre messa, con presidenti, allenatori, compagni, giornalisti. Mi ero costruito una corazza, avevo imparato a tenere tutto per me».
In campo e fuori dal campo?
«Il rugby era la mia isola felice, suo campo mi sentivo indistruttibile. Fuori ho avuto i miei problemi, come tutti. Il mio primo matrimonio è andato male. Alexandra era miss Francia e pensava alla carriera. Io pensavo al rugby. Eravamo giovani, non ha funzionato e ho sofferto molto. Quando ero in crisi volevo stare solo, andavo al Trocadero e passavo ore seduto sulla panchina numero 8. Poi, grazie a un biglietto per una partita di rugby, ho conosciuto Silvia, una ragazza di Roma. Ci siamo sposati, abbiamo due figli. Sa cosa penso senza che glielo dica, per lei sono un libro aperto. È stata ed è fondamentale».
Ha iniziato a giocare in Argentina, poi è arrivato a Treviso giovanissimo. Il ct John Kirwan la fede esordire in Nazionale quando non aveva giocato neppure una partita in serie A.
«Contro la Nuova Zelanda, a 19 anni. Non ero pronto ma ha accelerato il mio processo di crescita. John è stato fondamentale: osate ci diceva, era l’allenatore perfetto per me. Mi aveva visto giocare nella finale under 21, prima azione vado verso la meta ma mi faccio cadere la palla dalle mani. Ho continuato a giocare, bene, ho segnato. Alla fine mi ha detto che la mia reazione lo aveva colpito, che un ragazzo così giovane dopo un errore del genere poteva non rialzarsi più, che cercava gente come me».
A Parigi ha vinto due campionati, il secondo da capitano. Lei è una persona riservata, lo Stade Français era famoso per la maglia rosa e per il calendario, Les Dieux du Stade...
«Era un’idea di Max Guazzini, il proprietario, un uomo che è stato importante per me. Non ero contento di fare quelle foto praticamente nudo, lo facevo per lui. Non veniva dal rugby, ma dal mondo dello spettacolo e aveva ragione: quei calendari avevano un successo incredibile».
Ha giocato cinque Mondiali, il ct Crowley non lo ha convocato per il sesto: sarebbe stato un record. Un grande rimpianto?
«Il grande rimpianto è la partita di Saint Etienne con la Scozia nel 2007, quando potevamo andare ai quarti. La mancata convocazione per il sesto Mondiale del 2023 è un’altra cosa. Io mi ero preparato, giocavo ancora ad alto livello e a Tolone avevo appena alzato una coppa internazionale. Potevo portare esperienza e potevo diventare il giocatore con più Coppe del mondo. Ma Crowley ha deciso che non c’era posto per me. Punto».
È entrato nello staff della Nazionale, si è trasferito a Roma: non potrà più andare a sedersi sulla panchina numero 8 del Trocadero...
«Beh, conosco un po’ di gente al Comune di Parigi. Nel mio giardino quella panchina ci starebbe benissimo».
20 ott 2026 | 07:03