Cultura

Perché siamo diventati più poveri: l'inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Perché siamo diventati più poveri: l'inchiesta di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Fra non molto saremo in campagna elettorale. O forse ci siamo già. O non ne siamo mai usciti, non so. Diciamo allora che fra poco saremo nel pieno della campagna elettorale. La resa dei conti, la nuova analisi di Milena Gabanelli e Simona Ravizza del nostro martoriato Paese, viene pubblicata con un tempismo perfetto. E questa volta si tratta di un’analisi a tutto campo. Se la politica sapesse prenderla dal verso giusto, sarebbe riconoscente a Gabanelli e Ravizza, per aver svolto al suo posto il lavoro ingrato di raccogliere i dati, di ordinarli, raffrontarli e collocarli in una cornice di senso. A me, per esempio, piacerebbe che questo libro venisse trasformato in un questionario. Una serie di domande chiuse, precise e circostanziate, da sottoporre ai candidati e alle candidate. Sì, La resa dei conti sarebbe un’ottima base razionale per le elezioni incombenti.

Ovviamente non accadrà. E ancora una volta la responsabilità sarà in fondo più nostra che della politica. Per un paradosso sfortunato, i temi che ci riguardano più da vicino sono anche quelli che troviamo più noiosi. Sono certo che tutti quanti metteremmo le strategie economiche e fiscali fra le massime priorità nella scelta di un partito o di un candidato di governo. Ma non appena si entra nel dettaglio delle aliquote, dei bonus, delle classi di reddito e delle detrazioni, la nostra attenzione si spegne, come davanti al commercialista. La nostra anima si rifiuta di essere contabile. Altre cose ci appassionano. Le nuove rivelazioni su Garlasco, il gioielliere giustiziere, le famiglie rurali. La politica, sapendolo, prospera sulla nostra disattenzione. Nasconde l’assenza di risposte e di idee originali dietro un dibattito pubblico sempre più distraente.

Ma Gabanelli e Ravizza no. Loro s’intestardiscono. Ormai le conosciamo. L’avventura in cui ci portano inizia con una premessa: «C’è un dato che racconta particolarmente bene lo stato dell’Italia che lavora: il saldo tra ciò che si guadagna e ciò che con quei soldi si può comprare. (…) Negli ultimi sette anni questo saldo si è deteriorato in modo costante».

In un certo senso, un libro rigoroso e analitico come La resa dei conti prende le mosse da una sensazione, tanto vaga quanto diffusa. Quella di essere diventati, negli ultimi tempi, tutti un po’ più poveri. Le autrici non solo ci confermano che la sensazione è corretta, ma si dedicano, in 240 pagine implacabili, a mostrare più poveri di quanto, e come è accaduto. Perché, in mancanza di risposte, «questo popolo invisibile» di cui facciamo parte in molti «almeno una spiegazione se la merita».

Ecco, in una sintesi esasperata, alcune delle conclusioni più interessanti che ho estratto dalla lettura: i lavoratori e i pensionati sotto la soglia dei 30 mila euro l’anno subiscono più di tutti l’erosione del potere d’acquisto, sono quelli che Gabanelli e Ravizza chiamano «i tartassati»; a forza di correzioni, bonus e così via, il sistema retributivo e fiscale italiano è diventato a dir poco frammentario e incoerente, abbiamo la bellezza di 573 regimi fiscali diversi, ognuno «in nome di un interesse specifico», insomma «un sistema che non risponde più a nessun principio universale riconoscibile»; l’idea (alla quale ingenuamente credevo) che un pensionato in più corrisponda grosso modo a un nuovo giovane impiegato è «una favola», al contrario, i Paesi dove l’occupazione viene incentivata anche oltre l’età pensionabile hanno livelli di disoccupazione più bassi e un miglioramento generale nella salute della popolazione anziana; la cedolare secca del 21% sui primi affitti è un beneficio soprattutto per chi ha redditi superiori ai centomila euro annui.

Com’è ragionevole, per ogni aspetto della nostra economia, Gabanelli e Ravizza dedicano un’attenzione specifica al governo più stabile della storia repubblicana, quello guidato da Giorgia Meloni. Mi permetto uno spoiler: il governo esce da questa radiografia come dotato di intenzioni spesso giuste ma completamente incapace di realizzarle. E con una debolezza di polso pressoché strutturale verso le pressioni lobbistiche, siano esse dei medici di famiglia, delle case farmaceutiche o dei balneari. Di tutti quelli che Gabanelli e Ravizza chiamano «i protetti».

Il governo Meloni ci ha per lo più lasciato sguazzare spensierati dentro i vizi che prometteva di correggere. Ha promosso la rottamazione delle cartelle esattoriali, una misura che secondo Banca d’Italia produce «effetti negativi sui conti pubblici e sulla credibilità del sistema fiscale». Ha aumentato il tetto ai pagamenti in contanti da due a cinquemila euro, quando «sono sostanzialmente tre le categorie che non possono fare a meno del contante: lo spacciatore, il delinquente, l’evasore». E quando ha festeggiato un record di recupero di denaro evaso — 36,2 miliardi di euro —, si è accaparrato il merito di decisioni precedenti al suo insediamento. Quello che ha fatto rispetto all’evasione, semmai, è stato di cambiare il sistema «nella direzione di un fisco più morbido: accertamenti con tempi più lunghi, sanzioni ridotte e molte più occasioni per chiudere contestazioni». Sanatorie insomma, sconti, vie d’uscita. Cose che conosciamo.

Fra i dossier affrontati dalle autrici, il più eloquente per descrivere l’evoluzione del governo in carica è forse quello che riguarda il gioco d’azzardo. Il gioco, si sa, è da sempre una risorsa sporca e utilissima per le casse dello Stato. Ed è anche una tentazione ineliminabile nelle persone, che quindi è meglio gestire con sapienza che tentare di reprimere del tutto e sommergere. Gabanelli e Ravizza riportano gli anatemi che Giorgia Meloni ha lanciato quando era all’opposizione, contro i governi in carica e la loro connivenza con il gioco. Eppure la sua condotta a capo del governo si è rivelata di tutt’altro segno. Nel 2025 gli italiani si sono giocati «un intero Pnrr» e il gioco non è mai stato tanto diffuso fra i minorenni.

La maggior parte delle volte l’emozione provata davanti ai Dataroom di Gabanelli e Ravizza è una sorda indignazione. Succede anche qui. Per esempio, leggendo la carrellata vertiginosa di nomine del governo Meloni a posizioni cruciali, assegnate a persone con poca o nessuna competenza specifica in quei campi. Alla faccia del «Merito» schiaffato in fronte al ministero dell’Istruzione.

Indignazione per gli abusi di potere seriali, per i favoritismi, per gli sprechi.
Eppure, in questo libro l’emozione dominante è un’altra, o almeno lo è stata per me. Qualcosa di più lucido e spento della rabbia. Un senso quasi di vergogna. Perché La resa dei conti espone, ancora più dei governi, i nostri costumi nazionali. La nostra pigrizia nei confronti delle riforme e del cambiamento. Il nostro occhio strizzato, tutto sommato benevolo, ai sotterfugi e all’evasione. La nostra stranissima acquiescenza. E la nostra abitudine di trattare il futuro come una discarica, l’immensa discarica di tutte le inefficienze e di tutta la pavidità della politica. Un futuro che inghiotte debiti su debiti, scommesse azzardate, ingiustizie. Perché il futuro, purtroppo, non può difendersi. Può solo attendere di essere abitato dalle generazioni che verranno, dai più giovani, ai quali — e non è certo un caso — viene dedicata proprio la pagina finale.

Potresti esserti perso