L'Italia continua a considerare la partecipazione femminile al lavoro come una questione di welfare o di sensibilità sociale, ignorando quella che a tutti gli effetti è la più grave inefficienza industriale del sistema economico nazionale. I dati sono netti. Con un tasso di occupazione femminile fermo al 58%, a fronte di una media europea che vola al 71,3% secondo le rilevazioni Eurostat richiamate dal report Deloitte. Le aziende WEP in Italia, il nostro apparato produttivo sta disperdendo le risorse indispensabili per reggere la competizione globale.
«Dietro questo divario ci sono milioni di donne il cui talento non viene valorizzato - osserva Silvana Perfetti, chair di Deloitte central mediterranean -. Il ritardo italiano non è una fatalità: è il risultato di un sistema in cui lavoro retribuito, lavoro di cura, modelli organizzativi e progressione di carriera restano profondamente intrecciati. Per questo non bastano interventi isolati, ma servono trasformazioni sistemiche». Il cortocircuito affonda le radici in un modello organizzativo strutturalmente difettoso: un ingranaggio in cui i carichi familiari e i percorsi di carriera si scontrano frontalmente, stritolando il potenziale professionale prima ancora che le donne abbiano la possibilità di esprimerlo.
Se la presenza femminile nei consigli d'amministrazione delle società maggiori ha raggiunto il 44,6%, l'effetto vetrina si infrange contro la leadership operativa: appena il 2,9% dei Ceo è donna. La stanza dei bottoni, quella dei budget e degli investimenti pesanti, resta un fortino per soli uomini. Sotto, il sistema affonda. Il gender pay gap sui guadagni annuali tocca il 21% e l'emorragia del post-maternità assume i contorni di una crisi industriale. Nel triennio 2022-2024, come certifica lo studio "Le aziende WEP in Italia", si sono registrate oltre 180 mila dimissioni genitoriali, con il 70% a carico delle donne. Una media di oltre 60 mila abbandoni l'anno.
«È un tema di produttività e di competitività, non solo di welfare - sottolinea Silvana Perfetti -. Ogni competenza che perdiamo rappresenta un investimento in formazione, esperienza e conoscenza che smette di generare valore. Per questo servizi di cura, flessibilità e strumenti che favoriscano la continuità professionale devono essere considerati leve strategiche di retention, produttività e crescita, pienamente integrate nelle decisioni aziendali». Non è un dramma privato. È un’ inefficienza di conto economico: le imprese continuano a disperdere capitale umano altamente formato, bloccate da una cultura manageriale ancora incapace di gestire la continuità professionale.
Il prezzo più alto, tuttavia, si paga sull'innovazione. Nell'era dell'intelligenza artificiale e della digitalizzazione, le donne rappresentano la maggioranza dei laureati, ma si fermano al 10,2% nelle materie scientifiche (STEM) e al 17% nell'ICT. Senza donne nei settori che guidano la crescita, dalla clean tech all'IA, l'Italia non perde solo idee nuove. Il pericolo economico è concreto: creare algoritmi senza un punto di vista femminile significa programmare macchine piene di bias e pregiudizi, che decideranno il futuro del credito, dei servizi e del lavoro. Per cambiare passo servono fatti, non buone intenzioni. Il report di Deloitte mostra che bisogna usare regole certe e misurabili, come i Women’s Empowerment Principles (WEPs) di Onu e Global Compact, già scelti da 185 aziende in Italia.
Ma la prova del nove resta il potere. Come ricorda Silvana Perfetti, la parità non è un concetto astratto: si misura guardando chi comanda davvero. Se nei consigli d'amministrazione le donne sono il 44,6%, il dato crolla al 2,9% tra gli amministratori delegati e al 15,6% tra i dirigenti, restando lontanissimi dalla media europea. È qui che si vede la distanza tra la facciata e il potere reale di decidere.
18 ott 2026 | 10:19