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Messi, il più grande di sempre: sembrava finito, anche stavolta è risorto per una delle imprese più clamorose

Messi, il più grande di sempre: sembrava finito, anche stavolta è risorto per una delle imprese più clamorose

«Non li senti trattenere il respiro, mentre sei lì in alto, e cammini sul filo?». Come un equilibrista, come il cantautore di Bennato, come un eroe nazionale, Lionel Andrés Messi Cuccittini è sempre in bilico tra la caduta e la salvezza, il ritiro o la vittoria, la morte sportiva e la resurrezione. Anche stavolta, quando sembrava finito, questo campione senza pari non è finito. Il «wonder wall», il muro bianco inglese, già intonava i suoi canti di vittoria, quando è cominciata la sua partita. La partita del più grande calciatore di tutti i tempi. Due assist, il secondo delizioso, di destro, non il suo piede, e la sua Argentina completa la più clamorosa delle rimonte. L’addio è rimandato a domenica. Alla finale. La terza finale mondiale della sua vita straordinaria. A 39 anni compiuti. Mai visto niente di simile. Una delle più grandi imprese sportive di sempre.

Qui ad Atlanta finisce con Messi stretto in un abbraccio collettivo, i compagni più giovani (tutti) lo ringraziano, piangono sulla sua spalla, e anche lui alla fine un po’ si commuove. Da gentiluomo, va a consolare gli inglesi, abbraccia Kane e Pickford, stringe la mano agli altri. Poi va a saltare sotto la curva albiceleste.

Non era cominciata bene. Lionel Scaloni all’inizio non ha messo in campo il migliore amico di Messi nella Seleccion, Rodrigo De Paul, quello che in Qatar aveva detto: «Morirei per lui, per fargli vincere la Coppa». Forse Scaloni ha sbagliato, infatti getterà De Paul in campo per la rimonta. Di sicuro il bravissimo tecnico argentino dai sei bisnonni marchigiani sbaglia quando dice che questa è soltanto una partita di calcio.

Gli argentini coprono di fischi il «God save the king». Messi e i compagni cantano il loro inno a squarciagola per sovrastare i contro-fischi inglesi. Il saluto con l’altro capitano, Harry Kane, è freddino, un abbraccio appena accennato, diverso da quello caloroso che Leo gli concederà alla fine.
Riavvolgiamo insieme il nastro della sua partita. All’inizio timida, quasi impacciata. Il primo grido contro l’arbitro che non gli fischia un fallo subìto dopo tre minuti.

Il boato degli inglesi quando dopo 19 minuti sbaglia un passaggio, e trenta secondi dopo il boato degli argentini quando tenta un assist di petto in area.
Il tempo che sembra essersi fermarlo quando parte in serpentina e gli avversari riescono a bloccarlo solo buttandolo giù.

La tensione di un match che, per quanto possa dire Scaloni, diventa inevitabilmente lo scontro tra le squadre dei due unici Paesi dell’impero americano che si sono fatti la guerra in tempo recente; e i tifosi argentini cantano sia Muchachos sia La cuarta estrella, le canzoni in cui ricordano e rivendicano le Malvinas.

Messi non segnerà due gol, come Maradona all’Azteca nel 1986. Non vedremo né la mano de Dios, né lo slalom del secolo. Vediamo invece qualche passaggio sbagliato, come quello che costa l’ammonizione a Lisandro Martinez; dovrà essere sostituito dal vecchio Otamendi. Perde anche palla Messi, contro Anderson; ma poi lo supera, si fa mettere giù, lo carica di un cartellino giallo.

Il gol inglese non ammutolisce gli hinchas. Al contrario, li esalta. E qualcosa scatta anche nella testa e nelle gambe di Leo Messi. Perde palla e la recupera da terra, con le sue gambette corte e velocissime. Subisce entrate dure senza lamentarsi. Si capisce bene che questa è l’ultima partita che vorrebbe perdere. Non può finire così; e in infatti non finirà così.

È una danza di avvicinamento al gol del pareggio. Il delizioso lancio per Nico Gonzalez in fuorigioco. Il tiro cross che sembrava dover entrare quasi per sbaglio. La palla chiesta ai compagni di continuo. Il forcing.

Mancano dieci minuti alla fine quando Messi si sposta all’ala destra. Un suggerimento di Scaloni o, più probabilmente, una sua intuizione geniale. Il gol del pareggio di Enzo Fernandez arriva su un suo tocco. Il gol della vittoria dell’interista Lautaro Martinez su un suo cross, splendido, morbido, una pennellata di Giotto, un’aria di Mozart.

L’Inghilterra è crollata. È stanca. Paga la trasferta, guarda caso, all’Azteca, la missione in altura dove sotto la pioggia ha eliminato il Messico, ma ha perso molte energie. Jude Bellingham, bravissimo, celebratissimo, non combina molto più di nulla. È l’altro 10 che tutti seguono in campo.

Alla fine tutti i compagni stringono Messi, che si ritrova al centro dell’abbraccio collettivo. La curva invoca il suo nome, con le braccia alzate, come per un rito mistico. Spunta anche un cartello, di quelli «politici» vietati dalla Fifa. Dice: «Las Malvinas son argentinas». Arriva anche Leo, a ballare con gli altri. Il maxischermo annuncia che la Fifa l’ha proclamato uomo del match, lui neanche se ne accorge.

Intendiamoci: che la squadra argentina sia simpaticissima è un falso mito. In Qatar fecero le boccacce agli olandesi sconfitti ai rigori. Il portiere, El Dibu Martinez, è un provocatore di professione. La mentalità è «noi contro tutti». Ai giornalisti capita — in Qatar dopo la finale, qui in America a Kansas City — di attendere tre ore fuori dagli spogliatoi e vedere sfilare gli argentini senza rispondere a una domanda, anzi prendendo in giro «el puto periodista». 

Chi se ne importa. Non si può non tifare per una squadra così. La curva intona per l’ennesima volta «Por Malvinas, por El Diego, por la ultima de Leo». Diego Armando Maradona l’aveva detto, che dopo di lui sarebbe arrivato un altro numero 10 con la maglia albiceleste. L’ultima di Leo è arrivata davvero. Domenica a New York. Lacrime di tristezza o di gioia, delusione o consacrazione finale. In ogni caso, non avremo mai più un campione così.

16 lug 2026 | 00:04

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