Quando Paolo venne presentato a Casa Milan nel 2018 come Direttore Sviluppo Strategico dell’Area Sportiva, il leggendario capitano del Diavolo ringraziò l’amico che lo aveva portato in rossonero: «Io e Leo ci completiamo, siamo diversi. Potrei essere solo qui o in Nazionale, l’amore per queste squadre e la mia storia lo impongono. Spero che la carriera professionale che inizio oggi sarà lunga e piena di successi».
Parole che contengono un presagio di ciò che otto anni dopo è avvenuto. In quei giorni di agosto Paolo aveva curiosità e anche un leggero senso di disagio, lui che per tutta la carriera da calciatore e anche oggi viene osservato dai colleghi con timore reverenziale. Persino all’Osteria dove pranza quasi ogni giorno in centro a Milano continuano a chiamarlo il Capitano. Invece quando si affiancò a Leonardo, ebbe un atteggiamento quasi di sudditanza. «I miei primi dieci mesi da dirigente al Milan sono stati di apprendimento, mi sentivo inadeguato» ha raccontato Paolo in un’intervista. «Non riuscivo a determinare, Leonardo rideva perché glielo ripetevo ogni giorno. Mi diceva che pian piano mi sarei reso conto dell’impatto».
I due lavorarono fianco a fianco al quarto piano della sede per una sola stagione: era l’anno in cui il club era passato sotto il controllo del fondo Elliott e Leo rappresentava il dirigente generale dell’area tecnico-sportiva. Nell’estate del 2019 si era consumato lo strappo fra Leonardo e il Milan a causa della differenza di vedute con l’ad Gazidis sulla strategia di rafforzamento della squadra. In quell’annata di condivisione Paolo si è messo di fianco all’amico, forse anche un passo indietro, e ha osservato. «In quel primo anno ho imparato tanto, quando mi ha comunicato che se ne sarebbe andato mi sono sentito solo e, forse, non in grado di operare senza aiuti». Poi, partito Leo, dopo lo choc la ripresa. «Lì per lì mi sono detto “e adesso cosa succede?”. Ci sono specificità del lavoro da approfondire e quando invece ho iniziato ad affrontarle da solo è diventata la cosa più naturale del mondo».
Otto anni dopo, con uno scudetto in bacheca conquistato da responsabile dell’area tecnica del Diavolo, Maldini cede al corteggiamento incessante di Giovanni Malagò a cui bisogna riconoscere la caparbietà a insistere nonostante le iniziali reticenze della leggenda milanista. E cosa fa Paolo? Ricambia il favore a Leo, con una telefonata. «Hai voglia di rimetterti in pista?».
Il manager brasiliano che, prima del Milan, era stato anche il plenipotenziario del Psg, nell’ultimo periodo svolgeva un lavoro di consulenza ai gruppi interessati a investire nel mondo del calcio. Il rapporto fra i due certo era rimasto di grande stima e affetto. Leonardo di recente ha manifestato sconcerto per l’assenza di Paolo dal mondo del calcio. «Non ho niente contro gli algoritmi ma se hai Paolo Maldini al Milan, non so quale algoritmo possa venire a dirmi che sia meglio non averlo. Figure così complete sono rarissime. Paolo si è formato con il tempo, è diventato dirigente ai massimi livelli, con successo, nella squadra dove ha vissuto 30 anni della sua vita. Non esiste una figura simile». Ora sono pronti a tornare di nuovo insieme, come quando sfrecciavano sulla stessa Porsche in piazzale Lotto per correre a San Siro.
Vien da chiedersi come sia stato possibile per Malagò soddisfare anche economicamente le richieste di due dirigenti abituati a ingaggi pesanti. Si dice che il compenso possa essere di circa 1 milione a testa. Resta da capire se la Lega di A parteciperà ai loro stipendi: non c’è ostracismo ma certo i presidenti non sono stati coinvolti nel processo decisionale, anzi come tutti sono stati spettatori. Aspettano perciò un confronto con Giovanni Malagò prima di prendere una posizione nell’assemblea del 23 luglio. Di certo i club avevano invocato figure dirigenziali di peso e con Maldini e Leonardo nessuno avrà nulla da obiettare.
12 lug 2026 | 07:11