Pare di essere sulle Alpi, che stanno qui dietro, mica all’Allianz Stadium, in una notte di vette gloriose per la Lazio, meritatamente di nuovo capolista, e di cime tempestose per la Juve, sbriciolata a domicilio: 0-1 all’intervallo, 0-3 al gong, davanti a un’arena che prima aveva iniziato a fischiare e poi, mestamente, aveva iniziato a svuotarsi, ancor prima del fischio finale. Dopo quello, a testa bassa, i bianconeri sono andati a prendersi il resto da quel che restava della curva.
Tira una brutta aria: per rendere l’idea, un anno fa, dopo sette giornate, la Juve di Igor Tudor era a quota 12 — ora sono 11 — e lì il croato si fermò, il turno successivo, con la sconfitta che gli costò l’esonero: a casa Lazio, con un gol di Isaksen, un diavolo pure questa sera.
Va da sé, le situazioni sono diverse, perché Madama tornava in campo spremuta, ad appena 70 ore dalla trasferta di Europa League, e perché tante e pesanti sono le assenze, ma l’inerzia comincia a essere sinistra, al pari della classifica, al momento da ottavo posto. Vola invece altissimo l’Aquila: per la prima volta nella sua storia, la Lazio ha infatti razziato 19 punti nelle prime sette partite.
È stata una partita strana per telemetria, visto che i biancocelesti hanno finito per stravincere con appena 0,54 expected goals (Juve a 0,74), ma limpida negli atteggiamenti e nella gestione: la Lazio ha dominato a sinistra, tra Tavares e Taylor, imprendibili, e ha avuto la calma che dall’altra parte non si potevano permettere.
Primo tempo sott’acqua della Juve che, stavolta, perdeva pure il controllo delle operazioni — 47 per cento di possesso palla (sarà un inutile 56 alla fine) — e non riusciva mai a essere davvero pericolosa, se non in embrioni di occasioni, sempre sfumate nei pressi del bersaglio. In ordine sparso: slalom e palla in mezzo di Kolo Muani, senza ricevitori; lo stesso per Alajbegovic; e un cross di Nico a tagliare l’area piccola, sul quale nessuno arrivava.
Non che la Lazio costruisse chance tanto più solide, eppure restituiva l’impressione di seguire una logica in quel che faceva, con trame pulite e, spesso, dirette. Come nell’azione del vantaggio, sbucata dal proseguimento di un calcio d’angolo: cross tagliatissimo di Zaccagni e deviazione volante di Provstgaard, che svettava su Bremer e Lucumi. Ahi. Per la Lazio, ottava rete con palla recapitata dalla sinistra: quando non si dice il caso. Sul finire di tempo, pure una traversa di Tavares, con tiro rimpallato che aveva assunto diabolica traiettoria.
La Juve ci aveva capito poco, partendo con un 4-2-3-1 che, nella sostanza, era un 4-4-2 sotto mentite spoglie: una volta McKennie, un’altra Nico, si alternavano nel ruolo di seconda punta, al fianco del francese, e di esterno destro di centrocampo. Poca roba. Mentre il 4-3-3 di Gattuso copriva bene il campo, armando le transizioni con gli incursori.
Spalletti, in tribuna per squalifica, cambiava subito all’intervallo: dentro Woltemade, riassemblando la coppia con Kolo. Da touch-down giovedì in Coppa, a Vigo. Subito on-fire: Kolo per il tedesco, e piattone di poco a lato.
Faceva invece centro Isaksen al quale Celik lasciava sciaguratamente il mancino, su movimento che il danese ha ormai brevettato: dribbling a rientrare e, appunto, diagonale sinistro. Alla Juve restava l’all-in, con Zhegrova e Conceição, ma la fuga per il trionfo era di Dele-Bashiru, su erroraccio di Bremer: e quando tradiscono i migliori, è come andare in montagna con le infradito.