Sessantuno anni e sei mesi. Sessantasei anni se si torna indietro alla posa della prima pietra. È il tempo che separa l’apertura in pompa magna del Siderurgico più grande d’Italia e d’Europa dalla ormai quasi certa chiusura. Inaugurato il 10 aprile del 1965 (la posa della prima pietra risale invece al 9 luglio 1960), quello che un tempo era l’Italsider di Taranto ha di fatto chiuso i battenti alle 3.03 del 9 ottobre 2026, con l’ultima colata di ghisa. Malinconica ultima colata, per gli industrialisti. Da festeggiare, per gli ambientalisti. Di certo storica, per tutti. Perché dalla mattinata del 9 ottobre scorso, con l’altoforno 2 (l’ultimo ancora funzionante) in modalità preriscaldo, di fatto l’Italia ha detto addio alla produzione di acciaio primario (in gran parte a matrice pubblica se si escludono i 17 anni dei Riva, dal 1995 al 2012, e i sette di ArcelorMittal, dal 2017 al 2024). Dopo oltre 60 anni di attività in cui si è raggiunta anche la produzione record di 10 milioni di tonnellate annue (nel 2007) poi drasticamente scesa a 2 milioni di tonnellate annue negli ultimi anni.
L’impianto non è ancora del tutto spento: il cosiddetto preriscaldo mantiene il minimo vitale ma senza produzione. E garantisce, da una parte, la condizione essenziale per prepararsi all’applicazione del decreto della Corte d’Appello di Milano sulla fermata dell’area a caldo — che al momento è esecutivo, salvo diversa pronuncia della Cassazione nell’udienza del 20 ottobre — e l’esaurimento delle materie prime per la produzione; dall’altra, il mantenimento della fiammella accesa nel caso in cui, fra otto giorni, la Suprema corte dovesse pronunciarsi in maniera opposta rispetto alla Corte d’Appello di Milano. Lo stato di preriscaldo durerà sino ai giorni immediatamente antecedenti il 25 ottobre, giorno in cui terminano i 90 giorni stabiliti a luglio dalla Corte d’Appello di Milano per concludere le operazioni di fermata. Dopodiché, salvo decisione contraria della Cassazione, l’altoforno dovrà essere avviato allo spegnimento.
Giuseppe De Giorgio, operaio 52enne del reparto manutenzioni iscritto alla Uilm — il primo sindacato del siderurgico tarantino — il 9 ottobre era nello stabilimento. Dove lavora da 30 anni: «Ma di questi gli ultimi 14 sono stati caratterizzati da tanta e troppa cassa integrazione».
Più che al passato, De Giorgio vuole guardare al futuro. Che al momento appare cupo. «Sapevamo da tempo, ormai, dell’ultima colata, ma quello che più ci preoccupa è l’esito ancora incerto dell’ultimo vertice a Palazzo Chigi — dice —. Come ormai avviene da anni, con governi di tutti i colori che hanno promesso tanto e mantenuto nulla. Una situazione insostenibile ormai, anche perché noi, oltre che operai del siderurgico siamo anche cittadini di Taranto e viviamo male questa condizione due volte: da una parte, come operai, facciamo i salti mortali per arrivare a fine mese; dall’altra, come cittadini, vorremmo anche lavoro in condizioni salubri e salvaguardia dell’ambiente».
L’esito dell’ultimo vertice governo-sindacati a Palazzo Chigi di giovedì 8 ottobre è stato tutt’altro che positivo. Tanto che per oggi 12 ottobre è stato proclamato lo sciopero in tutte le sedi ex Ilva perché Fim, Fiom e Uilm non vedono «nessuna prospettiva» dopo il vertice romano e dopo che Acciaierie d’Italia ha annunciato lo stop agli impianti non solo a Taranto ma anche a Genova e Novi Ligure. Per ora le prospettive sono di altra cassa integrazione: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, nell’incontro con i sindacati ha indicato che il governo intende portare nel prossimo consiglio dei ministri un decreto-legge che punti a una cassa integrazione non per chiusura attività, ma in una prospettiva di continuità. L’obiettivo del governo è infatti una produzione di acciaio green con impianto Dri e forni elettrici, purché nell’ambito di un piano industriale credibile, ha spiegato il sottosegretario. Ma per ora l’unica prospettiva è la cassa integrazione (che attualmente riguarda circa 3 mila addetti, ma è autorizzata fino a 4.450 e potrebbe essere estesa anche ad altri quattromila lavoratori dell’indotto). Almeno fino a quando non ci sarà l’esito della nuova gara, il cui termine è stato rinviato dal 15 ottobre al 9 novembre proprio per «scollinare» la pronuncia della corte di Cassazione del 20 ottobre.
Nella speranza che ciò possa agevolare la presentazione di un’offerta della cordata italiana di Federacciai. Che nel frattempo ha aggiunto la quindicesima adesione dopo le 14 iniziali di produttori italiani di acciaio: quella di Eusider, gruppo siderurgico della famiglia Anghileri di Lecco. La cordata promossa dalla Federacciai guidata dal presidente Antonio Gozzi si propone di rilevare gli impianti dell’ex Ilva non interessati dal blocco dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto disposto dalla Corte d’Appello di Milano.
Oggi 12 ottobre, intanto, è giornata di sciopero: Lo stop di 24 ore, deciso dalle sigle Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb arriva a un mese dall’ultimo sciopero del 14 settembre): allora scioperarono gli operai dell’indotto-appalto, oggi sono i lavoratori diretti di Acciaierie d’Italia ad astenersi dal lavoro insieme a quelli che lavorano nell’indotto-appalto. Ma il dato significativo è che il 14 settembre lo sciopero era solo a Taranto, oggi, invece, è nazionale, va da Taranto a Genova, e potrebbe anche essere il primo di una serie. Sia a Taranto che a Genova i sindaci sono in prima fila: il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, si è recato al presidio dei lavoratori dell'ex Ilva che stanno scioperando per chiedere strumenti straordinari a tutela
del loro futuro occupazionale e un piano di decarbonizzazione. Il primo cittadino ha espresso solidarietà ai manifestanti ribadendo l’appello al governo affinché dia risposte concrete che consentano di superare la fase di stallo e di costruire una prospettiva. La sindaca di Genova, Silvia Salis, ha aperto questa mattina il corteo dei lavoratori dell’ex Ilva di Cornigliano, in protesta contro l’annunciata fermata temporanea dello stabilimento genovese.
12 ott 2026 | 10:12