Economia

Il petrolio senza l’Opec, con i droni e senza cartelli: ecco cosa sta cambiando

Il petrolio senza l’Opec, con i droni e senza cartelli: ecco cosa sta cambiando

Il Brent, la qualità di petrolio più importante per il mercato europeo, è tornato più o meno allo stesso prezzo (circa 75 dollari al barile) della vigilia della guerra Usa-Iran nonostante la ripresa delle ostilità e degli attacchi alle petroliere che varcano uno stretto di Hormuz, ormai transitabile a corrente alternata. Stupito chi prevedeva una catastrofe economica planetaria: nonostante l’enorme calo delle forniture di greggio del Golfo a tutto il mondo e la prospettiva di una circolazione delle navi a Hormuz che rimarrà a lungo, e forse permanentemente, problematica, i prezzi degli idrocarburi restano relativamente contenuti. Prima della nuova fiammata del conflitto la quotazione del Brent era scesa fini a 71,5 dollari e gli analisti prevedevano ulteriori cali, anche molto consistenti.
Ci sono già esperti che scommettono su prezzi che l’anno prossimo potrebbero scendere fino a 60 dollari e addirittura a 50 nel 2028. Uno scenario che sconta una sostanziale perdita di peso dell’Opec, se non addirittura il disfacimento del più importante cartello commerciale del mondo, vecchio ormai di quasi 70 anni.
Cosa sta succedendo? In primo luogo sono cambiate le dinamiche economiche e anche quelle politiche tra i principali protagonisti del mercato. Sappiamo da anni che, grazie alle tecniche del fracking, gli Stati Uniti hanno aumentato fortemente l’estrazione di idrocarburi diventando leader mondiali tanto nel petrolio quanto nel gas. Cosa che non ha funzionato tanto da calmiere diretto dei prezzi (importare dagli Usa costa caro), ma ha notevolmente ridotto la pressione della domanda mondiale.
C’è poi la rottura della vecchia alleanza tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti con questi ultimi che ad aprile sono usciti dall’Opec, del quale erano il terzo produttore per importanza, con l’obiettivo di tornare a produrre ed esportare senza limiti appena possibile. Senza più dover rispettare le quote imposte dal leader del cartello, l’Arabia Saudita, nel tentativo di mantenere alti i prezzi.

All’inizio della guerra c’era stato panico sui mercati per il blocco di Hormuz col Brent che tra marzo è aprile ha oscillato tra un minimo di 90 e un massimo di 118 dollari al barile. Ma poi è iniziata la discesa che non si spiega solo con la tregua Usa-Iran e l’uscita degli Emirati dall’Opec. Intanto non si è assistito a una corsa agli acquisti, al recupero dei barili perduti, da parte dell’Europa e dell’Asia, che avevano fortemente ridotto i consumi, attingendo anche alle riserve strategiche. Intanto alcuni tagli dei consumi sono divenuti strutturali grazie a un maggior ricorso all’elettrificazione. E poi è migliorata la gestione delle scorte. Non c’è una corsa a ricostituirle: magari si pensa di farlo nel 2027, a prezzi più bassi. Prezzi che, si ritiene, continueranno a calare perché la guerra e la chiusura di Hormuz non sono costati cari solo ai consumatori di energia: hanno sofferto molto anche i produttori, e non tutti nello stesso modo. 

I sauditi hanno perso solo il 40% delle entrate avendo potuto esportare parte del loro greggio pompandolo verso i terminali sul Mar Rosso, evitando di passare da Hormuz. Ora, quindi, possono mantenere un atteggiamento rigido sulle quote di produzione per non far crollare i prezzi, visto che hanno, comunque, i forzieri pieni. Lo stesso non si può dire di Paesi come l’Iraq, la cui produzione è scesa da 4,5 a 1 milione di barili al giorno. Con la riapertura di Hormuz Bagdad, a corto di liquidità, vuole produrre a pieno regime, oltre la quota assegnata dall’Opec: 5 milioni di barili al giorno per arrivare poi a 7 nei prossimi due anni.

Il ministro dell’Energia iracheno ha fatto capire che, se non verrà esaudito, il suo Paese potrebbe uscire dall’Opec come hanno fatto gli Emirati. E anche il Kuwait vuole recuperare le penalizzazioni del blocco esportando molto di più. Ma se tutti estraggono di più senza che la domanda del mondo industriale salga repentinamente, i prezzi non possono che cedere. E l’Opec è destinata a perdere sempre più peso o, addirittura, a scomparire. E anche il tentativo di allargarne l’influenza affiancandogli l’Opec+, organizzazione informale della quale fanno parte anche altri Paesi come Russia, Messico e Kazakistan, si rivela problematico, stante, ad esempio, il gran bisogno della Russia di incassare valuta pregiata per finanziare la guerra contro l’Ucraina.
Secondo alcuni analisti il leader saudita Bin Salman, vista compromessa la sua leadership nel cartello petrolifero, potrebbe mollare sulle quote e, anzi, ingolfare il mercato col suo petrolio, facendo crollare i prezzi fino a 40 dollari al barile: un prezzo che sarebbe remunerativo solo per l’Arabia che ha bassissimi costi d’estrazione, ma disastroso per gli altri. Una mossa estrema che rischierebbe di sfasciare definitivamente l’Opec anziché richiamare tutti all’ordine: scenario improbabile.
 
L’impressione è che il mondo sia ormai entrato in una fase nella quale l’offerta di idrocarburi non dipende più dai cartelli, ma dalle guerre.
Trump, annunciando un’offensiva, può mettere in tensione i prezzi, per poi farli decrescere promettendo tregue. La minaccia di bombardare le raffinerie diventa lo strumento per manovrare le quotazioni, mentre Mosca smette di inondare i mercati coi suoi idrocarburi non per far salire i prezzi, ma perché i droni ucraini stanno distruggendo la sua capacità di estrarre e raffinare: restano senza benzina anche le auto dei russi.

17 lug 2026 | 18:39

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