«Se mi aspetto la ricandidatura? Modestamente sì». Giovanni Malagò sorride. Il commissario della Federcalcio guarda al 14 dicembre, giorno delle nuove elezioni, e aspetta che sia la serie A a fare la prima mossa. L’appuntamento è fissato per il 16 ottobre, quando i club torneranno a riunirsi per decidere se puntare ancora su di lui. «Credo sia giusto e doveroso che siano loro a deciderlo. Sta a loro. Ovviamente me lo auguro», dice a margine della cerimonia dei Collari d’Oro, al Centro di preparazione olimpica Giulio Onesti.
La candidatura, insomma, non è ancora ufficiale. L’ambizione sì. Il percorso verso la presidenza resta condizionato dalla vicenda che ha fatto saltare la precedente elezione: il mancato tesseramento di Malagò, requisito necessario per poter guidare la Figc, ha reso indispensabile un nuovo passaggio elettorale. E il commissario non nasconde quanto l’episodio abbia pesato. «Se il commissariamento è per me un danno? È innegabile, sarebbe poco serio ignorare tutto questo». Poi la stoccata a chi ha provocato l’impasse: «D’altronde chi ha provocato questo tipo di problema ha raccontato che non c’entravo nulla».
Una vicenda che Malagò definisce «molto atipica», tanto da prevedere per essa un posto nei manuali: «So che la Figc ha un triste record per numero di commissariamenti, ma questo caso è atipico, tra 50 anni sarà studiato all’università». Nel frattempo, sul tavolo c’è anche il futuro del segretario generale Marco Brunelli, il cui ruolo è finito sotto osservazione dopo le contestazioni sulla regolarità della candidatura.
La partita elettorale, intanto, si intreccia con quella della ricostruzione. A partire dall’Associazione italiana arbitri, appena uscita dall’elezione di Francesco Massini e attraversata, secondo Malagò, da divisioni profonde. «Il mondo dell’Aia è profondamente spaccato, mi dovrò adoperare il più possibile per cercare di renderlo unito». Non è soltanto una questione di equilibri interni. C’è il problema del reclutamento, con i giovani arbitri sempre più esposti alle aggressioni. «Ci sono stati episodi di aggressioni fisiche a dei giovani arbitri e questo non è da incentivo per chi vuole intraprendere questo tipo di carriera».
Il commissario, però, rivendica anche i segnali di ripresa del movimento. «Penso che il calcio italiano stia attraversando un bel momento», dice, mettendo in fila gli indizi di una ritrovata vitalità: il campionato, a suo giudizio, è divertente; le squadre italiane possono competere in Europa; gli stadi sono pieni dalla serie A alla Lega Pro; aziende e sponsor sono tornati a investire.
E soprattutto la Nazionale avrebbe ritrovato fiducia ed entusiasmo. «Negli ultimi trenta giorni ha fatto cose molto importanti», sottolinea, ricordando il secondo tempo contro il Belgio, le due sfide con la Turchia e la gara con la Francia. Prestazioni che, ammette, hanno mostrato «qualcosa per qualcuno sorprendente», accompagnate da dati di ascolto che «non si vedevano da tempo». Così come l’Under 21.
Resta, sullo sfondo, la questione di Diana Bianchedi, l’ex schermitrice che si è dimessa da capo delegazione della Nazionale maschile dopo essere stata scelta proprio da Malagò. «Ho sbagliato il timing», riconosce il commissario. Ma non rinnega la valutazione sulla persona: «Sono straconvinto sia la persona che più di tutte può rappresentare il ponte culturale tra il calcio e gli altri sport», per i valori, la storia professionale e il curriculum sportivo e imprenditoriale.
12 ott 2026 | 13:40