Economia

Draghi: «In Europa comandano gli anziani, i giovani non si sentono ascoltati». E sulla Francia: «Non vediamo contagio»

Draghi: «In Europa comandano gli anziani, i giovani non si sentono ascoltati». E sulla Francia: «Non vediamo contagio»

«Aspettative bloccate». Mario Draghi parte da qui per spiegare il disagio dei giovani europei e le proteste sfociate nella violenza. «Hanno la sensazione che nessuno li ascolti», dice a Lisa Abramowicz di Bloomberg, durante la conferenza di Citadel Securities. Le motivazioni cambiano da un Paese all’altro, ma sotto le tensioni c’è un problema comune: un’Europa che offre poche possibilità di avanzare a chi non ha ancora un lavoro, una posizione, un futuro definito.

«La maggior parte delle persone vuole crescita e giustizia sociale, o crescita con giustizia sociale. Per i giovani, la giustizia sociale significa giustizia fra generazioni. E quando non c’è crescita, diventa molto difficile mantenerla», afferma. È questo, secondo l’ex presidente della Bce ed ex premier italiano, che «genera ansia»: i ragazzi sentono di avere la strada chiusa, «faticano a trovare un impiego» e vedono «una società in rapidissima trasformazione tecnologica», senza sentirsi preparati ad affrontarla.

Abramowicz gli chiede delle immagini di disordini arrivate nel fine settimana da Parigi e Milano. Draghi distingue le cause delle proteste nei diversi Paesi e richiama il peso delle prossime scadenze elettorali. Ma cerca una spiegazione più profonda delle singole circostanze politiche. «Tutta l’Europa ha avuto e ha un problema di crescita, di crescita che manca». Le previsioni sono state riviste leggermente al rialzo, osserva, e l’economia sta andando un po’ meglio. La condizione di fondo, però, resta quella di «una società ricca, certamente, anziana e che non cresce».

Quando c’è stagnazione, chi ha già un lavoro e una posizione mantiene il proprio vantaggio, mentre per i giovani diventa più difficile farsi spazio. «Quando non c’è crescita, a comandare sono quelli che occupano già le posizioni, gli anziani». Da qui la sensazione dei giovani di non avere voce. Gli attori politici, le dinamiche delle folle e gli scontri possono aggravare la situazione. La violenza, precisa, «va condannata in ogni circostanza». Ma questi fattori «sono amplificatori, più che spiegazioni» del disagio.

Alla difficoltà europea di crescere si aggiunge, in Francia, «un problema specifico di finanza pubblica». Parigi registra «deficit da molti anni e il rapporto fra debito e Pil continua a salire da più di dieci anni, forse quindici». Ora questa fragilità incontra una fase di rialzo dei tassi d’interesse a livello mondiale, rendendo il disavanzo più difficile da gestire.

La domanda che Draghi pone è se la Bce debba intervenire per contenere l’allargamento dello spread fra i titoli francesi e quelli tedeschi. Prima di rispondere, l’ex presidente della Banca centrale europea delimita il significato delle sue parole: «Non interpretatele come “la Bce dovrebbe fare questo”, ma come quello che farei io se fossi al loro posto. È diverso». 

La precisazione non toglie peso alla franchezza della risposta, soprattutto mentre le ipotesi di un’uscita anticipata di Christine Lagarde alimentano l’incertezza sulla guida dell’istituto. Anticipare la successione a Francoforte permetterebbe ai governi di concordarla prima delle presidenziali francesi e di un’eventuale vittoria di Marine Le Pen. Un calendario che espone la Bce al sospetto di piegare i propri tempi alle convenienze politiche, proprio quando la crisi francese ne mette alla prova la credibilità.

La valutazione di Draghi è che, per ora, manchino le condizioni per agire. «Gli spread sono sostanzialmente una rivalutazione del rischio fiscale e politico. In questo senso, non c’è nulla che giustifichi un intervento della Bce». La soglia, insiste, «è piuttosto alta».

Draghi nel luglio del 2012 divenne famoso per aver pronunciato la frase «whatever it takes», cioè che la Bce da lui guidata avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’euro, nei limiti del suo mandato. Oggi però il primo vincolo è l’inflazione.  «È elevata ed è aumentata con gli ultimi dati», dice.  «La priorità della Bce è la stabilità dei prezzi. Questo è il suo mandato».  Il contesto è quindi diverso da quello della crisi del debito che affrontò quando era lui alla guida di Francoforte.

Ma sono soprattutto «due le condizioni» che, nella sua analisi, oggi non si riscontrano. La prima è la diffusione della crisi da un Paese agli altri: «Francamente, non vediamo un contagio sostanziale in Europa». I rendimenti salgono in diversi mercati, riconosce, ma questo «è molto diverso da ciò che definivamo contagio anni fa».

La seconda riguarda il funzionamento del credito. Per intervenire occorrerebbe vedere un danno al meccanismo attraverso il quale le decisioni della banca centrale si trasmettono all’economia: «In altre parole, problemi nei mercati del credito, nel modo in cui la politica monetaria influenza i flussi di credito. E non li vediamo». Anzi, aggiunge, «gli ultimi dati mostrano che i prestiti bancari sono aumentati».

Non basta dunque che un governo paghi interessi più alti perché Francoforte debba intervenire. Nel ragionamento di Draghi, bisogna distinguere il prezzo che il mercato attribuisce ai rischi di quel Paese da una disfunzione che impedisce alla politica monetaria di operare.

C’è poi la procedura europea per deficit eccessivo a cui è sottoposta la Francia. Draghi chiarisce che non rappresenta un divieto automatico all’impiego del Tpi, lo strumento della Bce contro tensioni ingiustificate sui mercati dei titoli di Stato. «Non c’è nulla nelle regole del Tpi che dica che non si può intervenire se un Paese è sotto procedura per deficit eccessivo».
Però, «certamente alza ulteriormente la soglia».

La conclusione è prudente e riferita alla situazione attuale: «Per ora penso che la Bce osserverà certamente i mercati, la velocità e l’entità dell’aumento degli spread, ma resterà a guardare», prevede.

Nello scenario francese, che definisce «molto serio», l’ex premier individua anche due elementi che danno tempo a Parigi. «Le emissioni ancora da effettuare entro fine anno sono limitate e il debito ha una durata molto lunga». Quest’ultima caratteristica «è importante, perché significa che la Francia può permettersi di pagare spread piuttosto alti senza che questo incida immediatamente sulla dinamica del debito». 

Colpisce la franchezza con cui Draghi, solitamente attento a misurare le parole, torna a ragionare da banchiere centrale. Precisa di non voler dare indicazioni alla Bce, ma poi spiega che cosa farebbe al suo posto.  

21 ott 2026 | 07:30

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