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Djokovic come Don Chisciotte. Unico, feroce e moderno: ecco perché è possibile amare Nole

Djokovic come Don Chisciotte. Unico, feroce e moderno: ecco perché è possibile amare Nole

L’ultimo Novak Djokovic è un Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento dell’età. Possibile che dentro di sé non sia del tutto sicuro di poter vincere quel venticinquesimo Slam che manca solo a lui, non agli altri. Ma intanto ci prova, per il riflesso condizionato di un uomo che ha vissuto la sua vita come una lotta senza quartiere, contro il mondo intero. E anche perché è così che se ne vanno i re, combattendo, illudendosi di poter fermare il tempo.

Questo non è un articolo della serie «Vi spieghiamo perché tizio o caio è il più grande di sempre». Non ce n’è bisogno. Chi sa di tennis, come ad esempio lo stesso Rafael Nadal, conosce già la risposta. Piuttosto, vuole essere un semplice tentativo di elencare qualche ragione per amare o almeno rispettare il campione più divisivo della storia di questo sport, portatore dapprima del peccato originale di averne polverizzato l’armonia tra lo Ying e lo Yang, la rivalità tra lo spagnolo e Roger Federer che faceva tutti contenti, e poi di un carattere complesso, dove però risiedono i motivi della sua irriducibilità, a cominciare dalla sconfinata fiducia in sé stesso.

La prima è quella elencata qui sopra. Questo crepuscolo di carriera rappresenta uno dei suoi ulteriori lasciti. Sei semifinali negli ultimi sette Slam giocati, nessuno di questi vinto. È qualcosa reso possibile dalla infinita ferocia che hanno posseduto solo lui e Rafa, perché entrambi, e solo loro due in epoca recente, hanno consegnato la loro vita al tennis in modo totale. La seconda è la certezza che Novak Djokovic può anche perdere, ma non lascia mai nulla di intentato. E da qui derivano sempre partite notevoli, segnate spesso dal suo furore agonistico. In questo 2026, a parere di molti addetti ai lavori, le tre più belle partite dell’anno hanno avuto come unico comun denominatore un signore di 39 anni. La semifinale in Australia contro Jannik, il terzo turno al Roland Garros contro Joao Fonseca, e la partita di tre giorni fa contro il povero Felix Auger-Aliassime, al quale non è bastata la sua miglior prestazione di sempre, perché quando si arriva in volata, il giocatore che ha vinto il maggior numero di partite annullando dei match point è il peggiore dei clienti possibili. Zero errori gratuiti nel super tie-break del quinto set, così come nei tre tie-break che gli diedero la finale di Wimbledon del 2019 contro un Roger Federer superiore, forse il più importante dei suoi 24 Major.

La terza buona ragione: ci troviamo davanti a un superstite che ha definito l’età dell’oro del tennis, quella della Santissima Trinità. Djokovic è l’unico ad aver vinto almeno un match durato più di cinque ore in tre decadi differenti. Ma soprattutto, in collaborazione con gli altri due, ha costruito il mondo dove ora abitano i Sinner e gli Alcaraz. Ha portato il tennis fuori dalla nicchia, lo ha fatto diventare uno sport globale rifondandone le basi su una rivalità a tre irripetibile. Come se Maradona, Pelè e Messi avessero giocato tutti nello stesso periodo storico. Il motivo più importante per noi è che abbiamo un debito di riconoscenza con Djokovic.

Senza di lui, non esisterebbe Jannik. Se Federer e Nadal sono irriproducibili, uno per la bellezza e l’altro per quel gesto di dritto tanto devastante quanto unico, il campione serbo detiene invece il record dei tentativi di imitazione. La matrice del tennista moderno è la sua. Il nostro numero uno del mondo è l’evoluzione della specie più riuscita, ma il modello di riferimento appare evidente e dichiarato. Infine, l’ultima ragione è di natura sentimentale. Bisogna ringraziarlo, per quello che ha dato. Bisogna riconoscere a Novak Djokovic quell’amore che ha sempre cercato e a cui oggi ha diritto, prima che non ci sia più.

10 lug 2026 | 07:21

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