Economia

Caldo record, l’Italia guida gli sforzi per annacquare le norme «green» dell’Unione europea: meglio salvare il clima o i posti di lavoro?

Caldo record, l’Italia guida gli sforzi per annacquare le norme «green» dell’Unione europea: meglio salvare il clima o i posti di lavoro?

Qualche giorno fa, per spiegare perché, Artico a parte, l'Europa sia la macroregione che si sta riscaldando più in fretta al mondo, il climatologo Silvio Gualdi ha indicato a Riccardo Bruno del Corriere, tra i fattori, la maggiore frequenza dell’anticiclone africano, a dispetto di quello atlantico. «Negli ultimi decenni il cambiamento climatico ha contribuito ad aumentare la durata e l’intensità delle ondate di calore. Nell’Europa occidentale e nel bacino del Mediterraneo questi episodi sono spesso associati a condizioni di alta pressione persistente, forte irraggiamento solare, suoli secchi e trasporto di masse d’aria calda dal Nord Africa. Studi recenti indicano che alcuni cambiamenti nella circolazione atmosferica possono contribuire all’aumento delle ondate di calore soprattutto in Europa sud-occidentale».

In effetti, molti studi confermano che l'area del Mediterraneo è una di quelle più da «allarme rosso» per i cambiamenti climatici (qui un articolo di Sara Gandolfi). La terza ondata di calore di questa estate (ne ha scritto Elena Tebano nella Rassegna di martedì) sembra qui a confermarlo.
Per questo fa una certa impressione leggere, su Politico Europe, che «l'Italia sta guidando la resistenza per annacquare le norme ambientali nel prossimo bilancio Ue da 2.000 miliardi di euro, aprendo una nuova spaccatura che rischia di complicare ulteriormente negoziati già spinosi, secondo quanto riferito da tre diplomatici dell'Ue a conoscenza delle discussioni».
Più in dettaglio, spiegano Gregorio Sorgi e Marianne Gros, «l'Italia prende di mira il principio "Non arrecare danni significativi" (Dnsh) della Commissione europea, previsto nella proposta di bilancio dell'esecutivo Ue per il periodo 2028-2034, una misura che ha suscitato forti proteste da parte di governi, associazioni di categoria e del Partito popolare europeo di centro-destra. I critici temono che queste nuove linee guida di fatto escluderanno, per motivi ambientali, l'industria pesante e i grandi progetti infrastrutturali dai finanziamenti europei, con la potenziale conseguenza di perdite di posti di lavoro e deindustrializzazione».

Del resto, Giorgia Meloni era stata chiara, sul punto, anche nelle sue comunicazioni in Parlamento prima dell'ultimo Consiglio europeo, a giugno: «Siamo certamente a favore di regole chiare ma non siamo a pronti a consegnare a chicchessia strumenti di pressione indebita sull’attività di governi nazionali e sovrani. Parto dal principio “Do no significant harm”, letteralmente “non arrecare danni significativi”. Nelle intenzioni della Commissione, la sua applicazione potrebbe tradursi nell’esclusione automatica dai fondi europei di intere categorie di investimenti ritenuti incompatibili con gli obiettivi ambientali. Questo è esattamente quello che non vogliamo e che non siamo disposti ad accettare: in un mondo in cui Stati Uniti e Cina mobilitano miliardi e miliardi per incentivare la propria industria e la propria competitività, l’Europa non può fare la scelta diametralmente opposta, cioè quella di rappresentare essa stessa un ostacolo alla propria industria e alla propria competitività».

Qualcuno dirà che la nostra presidente del Consiglio sta soltanto difendendo, come spesso ripete, l'ambientalismo pragmatico contro quello ideologico. Qualche altro potrebbe obiettare che si possono incentivare industria e competitività senza compromettere ancora di più l'ambiente. In fondo, la scommessa della transizione energetica ed ecologica è tutta lì. Come dice a Politico il danese Rasmus Nordqvist, europarlamentare dei Verdi a capo dei negoziati sul bilancio, «non possiamo permetterci di usare il bilancio dell'Ue per distruggere il nostro pianeta, pertanto sono indispensabili solide garanzie». Come, appunto, quelle previste dal sistema «Do no significant harm», introdotto nel 2020.
Per rafforzare l'applicazione del principio, la Commissione ha suggerito, nella sua proposta di bilancio 2028-2034, di vincolare tutta la spesa dell'Ue al principio Dnsh, ad eccezione dei finanziamenti per la difesa, delle «situazioni di crisi», comprese le guerre, e dei progetti di «interesse pubblico prevalente». Un documento separato a complemento delle linee guida, visionato anch'esso da Politico, elenca le attività che beneficerebbero di esenzioni, tra cui l'elettrificazione, le infrastrutture spaziali e gli inceneritori di rifiuti pericolosi. «Il principio 'Non arrecare danni significativi' esiste per garantire che i fondi pubblici sostengano, e non compromettano, gli obiettivi climatici dell'Europa - dice Faustine Bas-Defossez, direttrice per la natura, la salute e l'ambiente presso l'Ong European Environmental Bureau -. Ogni nuova esenzione indebolisce tale garanzia, spreca il denaro dei contribuenti e rende l'Europa meno resiliente di fronte alle crisi climatiche, ambientali e dell'inquinamento».

Come si diceva, Meloni non è sola nella sua opposizione. La proposta della Commissione ha trovato anche un acceso oppositore nel Ppe, il gruppo più influente del Parlamento europeo, che il mese scorso ha proposto di attenuare il principio Dnsh eliminandolo dal bilancio. «I principi dovrebbero essere applicati laddove possibile e opportuno... e non dovrebbero creare oneri e obblighi di rendicontazione aggiuntivi per gli Stati membri e, soprattutto, per i destinatari finali», ha detto Janusz Lewandowski, il parlamentare del Ppe che ha promosso la proposta.
Coincidenza, Nordqvist è, come detto, un eurodeputato della Danimarca che, secondo i dati Eurostat pubblicati anche da lavoce.info, nel primo trimestre di quest'anno ha prodotto il 90,06% della sua elettricità da fonti rinnovabili, mentre Lewandowski della Polonia, ferma al 27,92% e molto legata al carbone.

Al riguardo, Meloni, nel già citato intervento in Parlamento, ha rivendicato «il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili» e annunciato ulteriori investimenti pubblici a sostegno del settore. Però, come hanno ricordato di recente Luca Lo Schiavo e Carlo Stagnaro su lavoce.info, mettendo a confronto Italia e Spagna, «al netto dell’import (che nel 2025 ha contribuito a soddisfare circa il 15 per cento dei consumi), la principale fonte utilizzata in Italia per la generazione elettrica è stata il gas (44,3 per cento), seguito da fotovoltaico (16,9 per cento), idroelettrico (15,6 per cento) ed eolico (8,1 per cento). Complessivamente, le rinnovabili hanno inciso per il 49 per cento. In Spagna, il gas pesa solo per il 21,5 per cento (meno della metà dell’Italia). La principale fonte è il solare, col 21,8 per cento, seguito da eolico (20,6 per cento), nucleare (18,7 per cento) e idroelettrico (11,3 per cento). Complessivamente, quindi, le fonti low carbon (incluso il nucleare) soddisfano una quota del 75 per cento del fabbisogno».
Il risultato si è visto nei giorni più acuti della crisi di Hormuz (che rischiano di ritornare): la Spagna non ha avuto particolari problemi, mentre l'Italia, per contenere il rischio di inflazione, ha dovuto introdurre gli sconti sulle accise sui carburanti, in buona sostanza un incentivo a non ridurre l'uso delle fonti fossili.

Anche il governo Meloni, come noto, intende puntare sul nucleare. In particolare sui «reattori in miniatura» Smr e sul nucleare di quarta generazione. I primi, però, a detta dello stesso ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, non sarebbero installabili prima del 2035. Mentre per il nucleare di quarta generazione si parla come minimo degli anni Quaranta, sempre che vengano superati problemi tecnici ancora irrisolti. Il moltiplicarsi di eventi climatici estremi consiglierebbero forse soluzioni efficaci a più breve termine.
Nell'immediato, è invece probabile che continueranno le «picconate» alle politiche green dell'Ue del nostro governo e di altri in Europa - visto che, come è stato spesso notato (qui un'analisi di Antonio Polito e qui un editoriale di Barbara Stefanelli), le politiche ambientali sono diventati uno degli spartiacque fra destra e sinistra. È già stato così per il passaggio dai motori termici a quelli elettrici, per il sistema Ets di scambio delle emissioni (che andrebbe riformato ma non cancellato come hanno ricordato sia Gianluca Mercuri che Ferruccio de Bortoli), per le regole ambientali in agricoltura, per la direttiva sulle case green e altro ancora.

Legittimo sostenere che sia soltanto «ambientalismo pragmatico» e che la difesa di importanti settori economici sia più urgente rispetto alla difesa dell'ambiente (anche se, obietta Lorenzo Fargnoli su Left, quella fra ambientalismo pragmatico e ideologico «è una distinzione utile perché sposta il discorso. Non si parla più di caldo, morti, inquinamento, agricoltura, dissesto, lavoro all’aperto, case, bollette. Quando un argomento diventa troppo solido per essere attaccato frontalmente, si attacca chi lo argomenta. Si costruisce un nemico culturale, lo si presenta come imposizione esterna, lo si usa per evitare il terreno concreto delle politiche pubbliche»). Ma in quest'estate europea di ondate di calore - che sono anche ondate di decessi (nell’estate 2025, secondo l’Imperial college London e la London school of hygiene & tropical medicine, il cambiamento climatico ha provocato 16.500 morti da caldo in 854 città europee; l’Italia risulta il Paese più colpito, con 4.597 vittime stimate) - viene qualche dubbio che avesse invece ragione Andrea Tilche, docente di Tecnologie pulite per la transizione energetica all’Università di Bologna, a scrivere, ben prima di questi tempi di canicola: «Basta prendersela con l’ambientalismo, che non è ideologico ma chiede – come il G7 – che si dia retta alla scienza per fermare il riscaldamento globale e contenere i suoi danni in spaventosa crescita. Bisogna prendersela con le compagnie dell’Oil&Gas e con i Paesi produttori che ostacolano da anni gli accordi internazionali. Non facciamo promesse che non possiamo mantenere, la lotta al riscaldamento globale si fa oggi e la dobbiamo fare con gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione. E possiamo farcela, riducendo con la transizione energetica gli immensi costi dei disastri naturali che si annunciano con un clima fuori controllo, e ottenendone anche un beneficio economico».
P.s.: No, l'obiezione «d'estate ha sempre fatto caldo» non vale, come ha spiegato sul Corriere Telmo Pievani.

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