Economia

Btp, Bund, T-Bond e obbligazioni corporate. Il fascino discreto dei rendimenti a 5 anni

Btp, Bund, T-Bond e obbligazioni corporate. Il fascino discreto dei rendimenti a 5 anni

I rendimenti obbligazionari sono saliti molto, in Europa e nel mondo, fino a sfiorare i massimi a 20 anni. L’ultima fiammata è partita dalla Francia (il decennale ha raggiunto il 4,92%), dove le preoccupazioni fiscali e politiche, sommate agli effetti dello choc energetico, hanno innescato un sell-off sui titoli di Stato. Lo spread tra il 10 anni francese e quello tedesco è così balzato ai livelli del 2011-2012, superando i 140 punti. Ma le vendite non sono rimaste confinate a Parigi. «La sottoperformance dei titoli di Stato francesi ha contagiato gli altri mercati sovrani, allargando gli spread anche di Grecia, Spagna e Italia», spiega Gianluca Bergamaschi, Head of fixed income - mandates di Generali am. E le tensioni potrebbero non essere finite.

«I rendimenti più elevati fanno lievitare i costi di servizio del debito, aggravando la traiettoria di bilancio e ampliano ulteriormente gli spread», spiega Laura Cooper, Global investment strategist and Head of macro credit di Nuveen. La domanda per chi investe è fin dove possa proseguire la salita dei rendimenti. «È difficile dire se siamo già sui massimi assoluti», osserva Gabriele Foà, portfolio manager di Algebris Investments. Dinamiche fiscali e una crescita più sostenuta potrebbero mantenere i tassi elevati ancora a lungo. Cercare di individuare il picco diventa quindi difficile.
In ogni caso, i livelli raggiunti hanno reso il mercato obbligazionario molto più interessante. Entrando adesso, «se i tassi dovessero scendere, si otterrebbe un beneficio sia dal rendimento sia dal rialzo dei prezzi», puntualizza Foà. Chi vuole costruirsi un portafoglio obbligazionario può trovare opportunità anche tra le vecchie emissioni. «A parità di condizioni, titoli più datati, con cedole basse ma quotazioni sensibilmente sotto 100, possono risultare interessanti per il potenziale recupero in conto capitale», spiega Rocco Bove, Head of fixed income di Kairos Partners sgr.

Il prezzo, però, non deve essere l’unica variabile a guidare le scelte di investimento. Il vero parametro da confrontare resta il rendimento a scadenza. La fascia da privilegiare? Quella tra i 5 e i 10 anni, che offre un giusto mix rischio-rendimento. Spingersi «sull’ultra-lungo significherebbe accettare una volatilità maggiore a fronte di un premio contenuto», fa notare Bove. La durata va comunque calibrata sulle esigenze personali. «Chi pensa di acquistare casa entro due anni, per esempio, dovrà mantenere una duration molto bassa per avere maggiore certezza sul valore di realizzo – osserva Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor –. Chi invece punta a costruire una rendita pensionistica può permettersi un orizzonte più lungo».

Una volta stabilita la durata, la scelta si sposta sugli emittenti. Nell’area euro, la Germania offre la qualità del credito, mentre i Btp presentano rendimenti interessanti. Nelle prossime settimane ci sarà anche una doppia emissione del Btp Valore, che dovrebbe offrire un rendimento lordo a scadenza più alto del 3,34% dell’edizione di marzo. Sulla Francia, invece, Bove invita a una maggiore cautela, almeno fino a quando «la volatilità resterà elevata. Fuori dall’Eurozona anche i Treasury statunitensi offrono rendimenti interessanti e, in misura contenuta, i titoli dei Paesi emergenti». In questo caso, però, entra in gioco il cambio. «Con un euro debole, non è il momento di fare un salto massiccio su dollari e valute estere», avverte Castelli.
L’esposizione valutaria,
spiega l’esperto di Banor, può contribuire alla diversificazione del portafoglio, ma ne aumenta la volatilità. È quindi poco adatta a un investitore conservativo, mentre per chi ha una propensione al rischio elevata e un orizzonte temporale lungo può essere contenuta tra il 10 e il 25 per cento.
Resta da decidere quanto spazio assegnare alle obbligazioni. «Con i livelli di rendimento attuali può avere senso aumentarne il peso, sempre in funzione del profilo di rischio e della composizione complessiva del patrimonio – indica Bove –. In linea generale, si può anche valutare una quota intorno al 60%», privilegiando una forte diversificazione tra scadenze, aree geografiche e strumenti diversi: accanto ai titoli di Stato possono trovare spazio «il credito corporate, sostenuto da fondamentali e bilanci robusti, e una piccola quota di titoli indicizzati all’inflazione», aggiunge Bove.
Diverso il caso di chi ha già in portafoglio obbligazioni in perdita. Castelli sconsiglia di vendere, a meno che non si voglia sfruttare i rendimenti più elevati per riposizionarsi: chi ha un orizzonte lungo può cedere un titolo con pochi anni di vita residua e reinvestire sullo stesso emittente a una scadenza maggiore, prendendo «una perdita verosimilmente piccola oggi per passare su un titolo a maggior rendimento», conclude Castelli.

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