L’allenatore della Nazionale è un papà, una mamma, un parente stretto, uno psicoterapeuta, un insegnante, un bidello gentile. Non è un mestiere facile, quello del Commissario Tecnico. Alleni ragazzi di cui sai tutto, perché li hai visti giocare allo stadio o in televisione. Ma li conosci poco, salvo eccezioni. Quando arrivano in azzurro, rischiano di essere distratti: da uno scudetto, da una sconfitta, da un trasferimento. Sei un motivatore intermittente: quando stai per conquistarli, il loro giovane cuore si sposta altrove. Chi è adatto a questo ruolo? Forse più semplice rovesciare la domanda: chi non è adatto?
Non è adatto l’allenatore empatico, soprattutto se è un ex calciatore. Ama gli allenamenti, l’odore degli spogliatoi, i viaggi in pullman e il tepore familiare di una squadra. La Nazionale non offre tutto questo, non abbastanza. I club, diciamolo la verità, non sempre collaborano. Allenamenti e partite degli azzurri sono distanti fra loro, ogni volta occorre ricominciare, come il leggendario Sisifo (Malagò, Abete, non offritegli un contratto: è solo un mito greco).
Non è adatto l’allenatore esperto, che arriva in Nazionale a leccarsi le ferite o per riempiere un anno sabbatico. Rispetto al collega più giovane, è un selezionatore migliore perché ha visto più cose, conosce le società e le loro piccole astuzie. Sa anche insegnare. Ma, tra una partita ufficiale e l’altra, si intristirà. Quando le telecronache lo inquadreranno in tribuna, durante un incontro di campionato, guardatelo con attenzione: ha il rimpianto negli occhi, anche se lo nasconde con mestiere.
Non è adatto l’allenatore-sergente, quello che decide senza spiegare; e non è adatto l’allenatore-amico, che spiega senza decidere.
Non è adatto l’allenatore troppo anziano, che cercherà di ridurre viaggi e fatiche; non è adatto l’allenatore troppo giovane, che rischia di prendersi troppo sul serio, e considerarsi in missione per conto della nazione. Quando la nazione in questione, fra un’amichevole in Lussemburgo e una grigliata in spiaggia, preferirà ovviamente la seconda.
La Nazionale — diciamocelo — non è più l’icona che è stata fino a vent’anni fa. Gli appassionati di calcio sono distratti e affascinati: la luce brilla dovunque, tutto l’anno. I maggiori campionati, in tutta Europa, sono eccitanti; le partite, ubique; i campioni, noti. Conosco gente in Italia che tifa per una squadra in Premier, una nella Liga, una in Ligue 1, una in Bundesliga e una, ovviamente, in serie A (beh, pure io: Liverpool, Barça, Marsiglia, Dortmund. La squadra italiana non ve la dico: la conoscete, e sta piuttosto bene).
La Nazionale attrae quando annuncia la possibilità di una riscossa: ecco perché Brasile e Argentina non tramontano mai. Così le nazionali africane, il Giappone, il Portogallo, la Croazia, la Scozia. Anche l’Inghilterra cui la Coppa del Mondo manca, incredibilmente, dal 1966.
Perché abbiamo vinto, in Germania, nel 2006? Perché uscivamo da Calciopoli e dovevamo rifarci una reputazione. Il calcio italiano e diversi giocatori in campo; e abbiamo visto con quale garra hanno giocato. La semifinale con la Germania, a Dortmund, è una delle due partite più emozionanti che io abbia mai seguito in trasferta (l’altra, a Madrid quattro anni dopo).
State pensando: abbiamo letto chi non è adatto. Ma chi è adatto, allora? Beh, un allenatore straniero di esperienza e carisma, ancora capace di invenzioni, innamorato dell’Italia, un fuoriclasse che non abbia più nulla da dimostrare, se non a sé stesso.
Guardiola, allora, che facciamo?