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Morto Edgar Morin, gigante del pensiero. Il sociologo e filosofo francese aveva 104 anni

Morto Edgar Morin, gigante del pensiero. Il sociologo e filosofo francese aveva 104 anni

Non doveva neppure nascere. Invece Edgar Morin, morto il 29 maggio 2026, aveva trascorso una lunga vita di straordinaria fecondità intellettuale, tradotta in un’enorme produzione sociologica, filosofica e antropologica, fino a lasciarci all’età veneranda di 104 anni. La madre dello studioso francese soffriva di una lesione cardiaca e le era precluso avere figli per non rischiare la vita. Già aveva interrotto una gravidanza, ma «la seconda volta le piante e i metodi abortivi non erano stati efficaci», raccontava Morin. Comunque il medico che la seguiva era ben deciso a sacrificare il nascituro piuttosto che la puerpera.

Edgar era venuto alla luce più morto che vivo e solo «dopo una buona mezz’ora di schiaffi» aveva emesso «il primo vagito». Per un autentico miracolo si erano salvati entrambi. Purtroppo la tragedia era solo rimandata. Poco prima di compiere dieci anni Edgar perse la madre Luna Beressi, morta per un malore durante un viaggio in treno: un’esperienza che lui retrospettivamente definiva «una sorta di Hiroshima interiore», destinata a segnarlo per sempre. Non caso la sua prima opera antropologica, uscita nel 1951, s’intitola L’uomo e la morte (Meltemi, 2002) ed è una riflessione sul modo del tutto peculiare in cui la nostra specie vive la fine dell’esistenza, collocata nello snodo esatto tra la dimensione biologica e quella culturale del genere umano.

All’epoca Edgar aveva trent’anni, essendo nato a Parigi l’8 luglio 1921, e aveva sostituito già da tempo il cognome paterno Nahoum con lo pseudonimo Morin, assunto durante la Resistenza contro gli invasori nazisti. Cresciuto in un ambiente ebraico secolarizzato (suo padre Vidal proveniva da Salonicco, ma la sua famiglia sefardita era originaria di Livorno), non aveva ricevuto alcuna educazione religiosa e aveva aderito prima genericamente agli ideali marxisti, poi, nel corso della lotta contro gli occupanti tedeschi, al Partito comunista francese. 

Ma il dogmatismo dell’ottusa dottrina staliniana allora imperante non era fatto per uno spirito libero e indagatore come il suo: già nel 1948 cominciò a staccarsi dal Pcf, che lo espulse nel 1951. Di quella vicenda si sarebbe occupato nel 1959 con il libro Autocritica (Moretti &Vitali, 1991), completando poi la riflessione sul totalitarismo comunista con La natura dell’Urss (Armando, 1989) e I miei demoni (Meltemi, 1999). 

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta Morin, entrato nel frattempo al Centro nazionale della ricerca scientifica francese (Cnrs), si era dedicato soprattutto allo studio della cultura di massa, con particolare attenzione a quella cinematografica. Si era opposto risolutamente alla guerra coloniale in Algeria e aveva viaggiato molto, soprattutto in America, dove era entrato in familiarità con le culture indigene e meticce di quel mondo complesso. 

Poi una svolta decisiva nella sua maturazione intellettuale era giunta per via dell’anno trascorso in California, nel 1969, presso il Salk Institute for Biological Studies, durante il quale aveva preso confidenza con gli sviluppi più avanzati della genetica. Ne era nato il progetto, esposto nel saggio Il paradigma perduto del 1973 (Bompiani, 1974) e poi sviluppato dal 1977 in poi con i sei volumi della sua grande opera Il Metodo (editi in Italia da Raffaello Cortina), di attuare una ricomposizione multidisciplinare delle conoscenze umanistiche e scientifiche che superasse la progressiva parcellizzazione del sapere.

I grandi problemi filosofici, secondo Morin, non possono essere rimossi o confinati alla vita privata di ognuno. E «l’individuo non si dissolve né nella specie né nella società che sono in lui come lui è in esse». Ogni riduzionismo è fallace. Bisogna invece riuscire a dare conto di come questo bizzarro animale denominato Homo sia «nello stesso tempo sapiens e demens, affettivo, ludico, immaginario, poetico, prosaico». 

E ancora «isterico, posseduto dai suoi sogni e tuttavia capace di oggettività di calcolo, di razionalità». Questo «paradigma della complessità» rimanda poi all’esigenza di acquisire una consapevolezza dei limiti che l’azione umana incontra. Occorre «reimparare la finitezza terrestre — ammoniva Morin — e rinunciare al falso infinito dell’onnipotenza tecnica, dell’onnipotenza della mente, della propria aspirazione all’onnipotenza».

Non vi può del resto essere salvezza, di fronte ai pericoli estesi su scala globale, senza l’assunzione generale di un’«etica planetaria» che faccia sentire tutti gli appartenenti al genere umano «figli e cittadini della Terra-Patria», vincolati da un destino comune. Con queste premesse, non c’è da stupirsi che, a partire dagli anni Novanta, Morin avesse dedicato un impegno assiduo, nella parte finale della sua vita, al rinnovamento dei metodi educativi.

Riteneva indispensabile attrezzare le nuove generazioni non con un accumulo di nozioni parcellizzate e reciprocamente avulse, ma con La testa ben fatta (titolo di un saggio uscito nel 1999 e tradotto l’anno dopo in Italia da Raffaello Cortina), cioè l’attitudine a collegare e organizzare le informazioni, integrando scienze naturali e umane in un contesto unitario. Incoraggiare la curiosità dei ragazzi e abituarli a impiegare appieno la loro intelligenza era la missione, difficile quanto preziosa, che Morin affidava alla scuola per avviare una «riforma del pensiero» capace di coinvolgere l’intera società. 

Tale programma di lunga lena però non aveva mai fatto venir meno la sua attenzione verso le vicende dell’attualità, che negli ultimi tempi lo allarmavano gravemente per le tendenze regressive in atto quasi ovunque. In un’intervista a «la Lettura» del «Corriere della Sera», uscita nel luglio 2018, Morin aveva lanciato un appello vibrante: «Bisogna creare delle oasi di resistenza fondate sulla fraternità, sulla solidarietà umana, sul rifiuto dell’egoismo trionfante».

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