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Il «caso Just Eat» e il fattore innovazione: quando l’algoritmo taglia i lavori (ad alto valore aggiunto)

Il «caso Just Eat» e il fattore innovazione: quando l’algoritmo taglia i lavori (ad alto valore aggiunto)

In un articolo di Dario Di Vico (L’Economia del 25 maggio) si dà notizia di un gruppo di consegne a domicilio che, grazie all’intelligenza artificiale, ridurrà il personale di 42 lavoratori, tutti nelle mansioni impiegatizie (colletti bianchi), mentre presumibilmente non ridurrà il numero dei rider, ossia del personale che consegna i prodotti a domicilio (anzi, probabilmente li aumenterà). Questo è un caso in cui, ferme restando alcune ipotesi per semplicità di calcolo, l’introduzione dell’IA può generare un aumento dei profitti per l’impresa, un aumento di occupazione, ma anche una riduzione della produttività complessiva.

Nell’esempio in tabella (sopra), si suppone che una società di consegne a domicilio ipotetica, prima di introdurre l’Ai, abbia 100 impiegati e 1000 rider, quindi complessivamente 1.100 addetti. Supponiamo che gli impiegati abbiano una retribuzione pari a 30 mentre per i rider la retribuzione sia pari a 10. Il costo complessivo sarà allora pari a 13.000. Supponendo che i profitti (compresi gli altri costi eventuali) siano pari a 9.000, il valore della produzione sarà dunque 22.000 e ad ogni addetto è attribuibile una produzione unitaria (cosiddetta produttività) pari a 20 (22.000 diviso 1.100).
Se ora la società introduce l’IA e riduce di 50 addetti gli impiegati può abbassare i costi di 1.500. Ma, grazie all’IA, può gestire molti più rider che aumenterà di 500 unità. La società avrà così 1.550 addetti (con un aumento di 450), il cui costo complessivo sarà di 16.500. L’aumento dei rider porterà un incremento della produzione che, sulla base dei precedenti apporti relativi calcolati sul monte retribuzioni, sarà, in questa ipotesi, pari a 8.460, sicché il valore della produzione, con l’introduzione dell’Ai, arriverà a 30.460.
A conclusione di questi calcoli, la società ipotetica conseguirà un profitto (e copertura di altri costi) pari a 13.960 con un incremento di 4.960. Avrà aumentato l’occupazione di 450 unità, ma avrà ridotto il valore della produzione per addetto di 0,3.

Questi calcoli sono ipotetici, ma è un po’ quello che sta succedendo nell’economia italiana e non solo, dove c’è un aumento dell’occupazione, ma accompagnato da una bassa produttività ed un aumento dei profitti. In questa fase economica, in assenza di una forte crescita della domanda e del reddito, l’innovazione tecnologica sposta lavoro da attività a medio/alta produttività verso attività a bassa produttività, perché l’innovazione colpisce lavori impiegatizi e lavori nel settore industriale.
Nel passato eravamo abituati a vedere l’innovazione che sostituiva lavoratori nei settori a bassa produttività (agricoltura essenzialmente) con lavoratori in settori ad alta produttività (industria e servizi sofisticati). Questa fase è terminata ed ora l’innovazione tocca i lavoratori in attività a alto valore aggiunto. Se il paese cresce poco, i lavoratori che non trovano sbocchi nei settori a buona remunerazione sono costretti a emigrare (se sono istruiti) o ad accettare lavori a bassa remunerazione e a bassa produttività perché non hanno alternative. Solo se il paese cresce in misura adeguata, allora si formano posti a più elevata remunerazione e a più elevata produttività. Certo, nel lungo termine valgono le considerazioni positive che Fabio Panetta ha fatto all’assemblea della Bnca d’Italia sull’AI. Ma al lungo termine bisognerà arrivarci senza troppe perdite.
In questa fase di forte innovazione tecnologica, è la crescita che determina la produttività di un Paese e non l’inverso. Cercare di aumentare la produttività attraverso maggiori investimenti, impianti sofisticati e introducendo innovazione senza un aumento della domanda, rischia di accelerare il processo di emarginazione dei lavoratori, riducendo la produttività del sistema e aumentando solo i profitti di alcune imprese mentre altre subiscono i cali della domanda.
* Economista e presidente Aifi (Associazione italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt)

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