Questo articolo è apparso in origine nella versione «La Rassegna» della newsletter «Il Punto» del Corriere della Sera. Per iscriversi, cliccare qui.
Con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, non stupisce che si sia tornati a parlare di gas e petrolio (e magari fertilizzanti) e non più di terre rare e minerali critici, che avevano avuto il loro momento di notorietà prima della guerra all'Iran. Non è, però, che il problema della dipendenza dalla Cina su quel fronte sia sparito, come evidenzia una lunga analisi di Camilla Hodgson sul Financial Times. «Con l'intensificarsi della guerra commerciale con gli Stati Uniti, Pechino ha progressivamente limitato l'accesso alle proprie forniture di metalli critici - ricorda Hodgson a chi se lo fosse dimenticato -.Tra questi figurano il gallio, utilizzato nei sistemi radar, e il germanio, impiegato nella termografia. L'ittrio rappresenta "il punto critico più grave", dice un fornitore dell'industria dei semiconduttori. "Ci troviamo di fronte a un rischio esistenziale... Ad oggi, non esiste una data in cui potremo disporre di una catena di approvvigionamento completamente priva di rischi"».
L'analisi del FT rinfresca la memoria anche su un'altra scomoda verità. Per dirla con le parole di Tim Biggs, docente alla Camborne School of Mines, «trent'anni fa, [l'Occidente] ha voluto che fosse la Cina a occuparsi di tutta la lavorazione di questi minerali. Noi non la volevamo perché era troppo inquinante. L'Occidente ha ceduto l'opportunità». E la Cina ne ha approfittato alla sua maniera, con tre decenni di investimenti e sussidi pubblici che l'hanno resa quasi monopolista non tanto (o non solo) nell'estrazione, ma soprattutto nella lavorazione di terre rare e minerali critici, come dimostra la tabella qui sotto, sull'esportazione di metalli lavorati.
Un primo segnale dei rischi che questo comporta era già arrivato, ma si è preferito ignorarlo. Nel 2010, in un periodo di rapporti diplomatici e commerciali particolarmente tesi, Pechino aveva imposto pesanti limitazioni all'export di terre rare verso il Giappone, che ne dipende per le sue aziende di tecnologia avanzata. C'è voluta un'analoga limitazione, dopo la minaccia di dazi da parte di Donald Trump, per svegliarsi bruscamente e scoprire che l'incubo dell'interruzione di filiere industriali-chiave può diventare realtà, con effetti non molto diversi da quelli causati dalla pandemia di Covid-19, dall'invasione russa dell'Ucraina o, adesso, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Lita Shon-Roy, analista di TechInsights, lo dice senza mezzi termini: «La Cina potrebbe bloccare l'intero settore dei semiconduttori se volesse chiudere del tutto la valvola».
Al momento, a Pechino hanno scelto una strategia meno drastica: hanno creato un sistema di licenze in base al quale decide chi può accedere e a quali minerali. La lunga procedura di richiesta fornisce alle autorità informazioni dettagliate sui metalli utilizzati dalle aziende estere e dai loro fornitori, e sulle relative finalità. I richiedenti devono dimostrare che il materiale è destinato a catene di approvvigionamento civili, e non militari. «Ciò introduce nuova incertezza nelle catene di approvvigionamento aziendali e rischia che i clienti si rivolgano a fornitori cinesi di componenti, i cui acquisti di metalli non sono monitorati e controllati», fa notare Hodgson.
La differenza, rispetto al 2010, è che questa volta qualcosa si muove. Anche perché terre rare e minerali critici sono sempre più fondamentali anche per l'industria della difesa. «Dal 2022, Washington ha annunciato circa 40 miliardi di dollari di finanziamenti per il settore minerario, sebbene gran parte di essi sia subordinata al rispetto di determinate condizioni, e ha acquisito partecipazioni azionarie in diverse società minerarie nazionali. Negli ultimi 18 mesi, Bruxelles ha selezionato decine di progetti strategici che beneficeranno di procedure di autorizzazione più rapide e l'Ue e gli Stati membri hanno stanziato circa 6 miliardi di euro per progetti minerari negli ultimi mesi. Dagli Stati Uniti all'Australia, diverse nazioni desiderano accumulare scorte di metalli a livello nazionale per le proprie aziende, da utilizzare in caso di crisi, dando vita a una nuova competizione per le risorse».
Non stupisce che, a guidare la corsa alle terre rare sul fronte americano ci sia un «falco» anti cinese come l'economista Peter Navarro, autore di Death by China e, soprattutto, architetto dei dazi indiscriminati annunciati da Trump ad aprile 2025 (non granché come credenziali: qui il ritratto che ne aveva fatto a suo tempo Matteo Persivale). «L'obiettivo degli Stati Uniti non è solo ridurre la dipendenza dalla Cina, ma anche indebolire il vantaggio produttivo cinese sviluppando tecnologie più pulite, economiche e flessibili in grado di produrre minerali critici a prezzi pari o inferiori a quelli cinesi», scrive Navarro in un intervento sul Wall Street Journal. Citando come esempio l'iniziativa guidata dal Pentagono che coinvolge ReElement Technologies, Vulcan Elements e figure chiave del settore industriale della difesa. «Il Pentagono ha sostenuto i progetti di costruzione di Vulcan e ReElement con investimenti per centinaia di milioni di dollari. Lunedì il Pentagono ha annunciato un ulteriore investimento di 25 milioni di dollari in ReElement "per espandere la capacità di raffinazione nazionale di elementi delle terre rare e altri minerali di importanza strategica per la difesa". Questo è il tipo di collaborazione che noi della Casa Bianca di Trump abbiamo già utilizzato in passato in situazioni di emergenza nazionale», ad esempio la pandemia di Covid-19.
Il sogno di Navarro è che gli investimenti sul fronte di terre rare e minerali critici siano «il nuovo fracking», l'equivalente della fratturazione idraulica delle rocce che ha trasformato gli Stati Uniti da potenza energeticamente dipendente a superpotenza energetica. «La Cina - conclude Navarro - ha costruito la sua influenza facendo credere al mondo di essere l'unico fornitore. Il compito dell'America è collaborare con i suoi alleati del mondo libero per garantire un'alternativa: più pulita, più economica e più veloce. La formula americana consiste nel sostenere le tecnologie innovative, affiancare piccoli innovatori a grandi partner industriali e ampliare le catene di approvvigionamento strategiche indipendenti dalla Cina alla "velocità opportuna" definita dal Pentagono, ovvero abbastanza rapidamente da ottenere un vantaggio competitivo».
Visti i precedenti, le previsioni di Navarro (che lo stesso Wall Street Journal aveva definito «l’artefice dei dazi più autolesionisti e stupidi della storia» e Elon Musk «intelligente come un sacco di mattoni», con seguito di scuse ai mattoni) vanno prese con qualche cautela. Il Financial Times non nasconde che la corsa alle terre rare potrebbe avere controindicazioni non trascurabili: «Questa riorganizzazione del settore attraverso politiche nazionalistiche o scoordinate potrebbe distorcere ulteriormente i mercati e persino portare a una produzione mondiale eccessiva di determinati metalli di nicchia».
E potrebbe generare nuove dipendenze, anche se sotto un'altra bandiera. Il ministro degli Esteri dello Zambia, Mulambo Haimbe, ha recentemente accusato gli Stati Uniti di subordinare gli aiuti ad alcune condizioni, tra cui l'accesso alle risorse minerarie del Paese, sebbene Washington abbia fermamente negato qualsiasi collegamento tra le due cose.
«Il rischio è che governi e imprese rimangano intrappolati in tali reti, esposti ai capricci del potere imperiale americano», hanno scritto a giugno ricercatori dell'Università di Cambridge e del Providence College. D'altro canto, anche Pechino sta cercando di estendere la propria influenza. Le aziende cinesi puntano ad acquistare o finanziare miniere all'estero, compresi progetti relativi alle terre rare in Africa e Sud America, costringendo le imprese a schierarsi dalla sua parte.
Alla Cina resterebbe inoltre «l'arma» opposta: quella di aprire di colpo i rubinetti e inondare il mercato di minerali, facendo crollare i prezzi per danneggiare i concorrenti (che, a quel punto, non potrebbero che sperare in un perenne sostegno statale).
Come scrive Hodgson, «per i responsabili politici, non fare nulla non è più un'opzione», ma il nazionalismo delle risorse «comporta dei rischi se non viene fatto con attenzione, da ulteriori distorsioni nei piccoli mercati dei metalli di nicchia a una diplomazia mineraria che divide il mondo in sfere di influenza americana e cinese in competizione tra loro». Per questo c'è chi pensa che servirebbe, semmai, una diplomazia delle risorse. David Abraham, professore associato alla Boise State University, sostiene che le attuali risposte alla questione delle risorse minerarie sono eccessivamente incentrate sull'idea che ogni Paese debba essere autosufficiente e svincolato dalla Cina: «Questo non è d'aiuto quando si cerca di competere con un Paese che produce più di tutti gli altri Paesi messi insieme. Non è uno sport, non bisogna battere la Cina. Dobbiamo essere in grado di creare linee di approvvigionamento che non possano venire interrotte».
17 lug 2026 | 08:44