Continua il confronto per definire accordi su modelli contrattuali e rappresentanza. Operazione ambiziosissima (ci si prova da vent’anni, soprattutto sulla rappresentanza). In campo da una parte Cgil, Cisl, Uil. Dall’altra 13 associazioni delle imprese (erano 14, Ania che rappresenta le assicurazioni, si è sfilata). Si va da Confindustria a Confcommercio passando per Confapi, le organizzazioni della cooperazione e dell’artigianato. L’accordo ha come obiettivo quello di individuare le organizzazioni più rappresentative legittimate a firmare i «contratti di riferimento» per ogni settore. I contratti di riferimento a loro volta definirebbero il «salario giusto». Le parti si sono incontrate nel pomeriggio del 15 ottobre. Il tavolo si è sciolto alle 23: intesa sostanzialmente raggiunta sulla rappresentanza, tensioni se non una vera e propria rottura sulle regole per gli aumenti salariali. Di seguito il punto sullo stato della trattativa.
Qualunque associazione di imprese o sindacale continuerà a poter fare un contratto anche se ha un numero risibile di iscritti. Ma questo contratto non potrà offrire un trattamento economico più basso del «contratto di riferimento» per il settore. Solo le aziende che applicano i «contratti di riferimento» inoltre potranno accedere ad agevolazioni fiscali e contributive.
Ogni settore (metalmeccanico, chimico, commercio…) avrà tre contratti di riferimento: uno per le imprese standard, uno per le aziende artigiane e uno per le cooperative.
I criteri per individuare le associazioni delle imprese più rappresentative sarebbero i seguenti:
1) storicità dell’organizzazione
2) appartenenza a organizzazioni di rappresentanza europee
3) capacità di avere strutture per offrire welfare contrattuale di categoria ai lavoratori (parliamo di previdenza complementare, sanità integrativa, fondi per la formazione professionale)
4) ultimo ma più importante: numero dei lavoratori a cui il contratto è applicato
Da notare: su questa materia il confronto sotto traccia tra le organizzazioni datoriali è in corso da anni ma non si era mai giunti a una soluzione.
Per quanto riguarda i sindacati più rappresentativi contano:
1) voti presi alle elezioni delle rappresentanze sindacali
2) il numero degli iscritti
Di fatto si tratta dei criteri già definiti in un accordo del 2014. Ora i tre mondi dell’artigianato, delle cooperative e delle imprese si impegnerebbero ad aggiornarlo entro dicembre in modo da cogliere diverse peculiarità nell’ambito della misurazione di iscritti e voti nel proprio ambito.
Un passaggio chiave riguarda la comparabilità dei contratti per decidere se sono più o meno vantaggiosi rispetto al contratto di riferimento. La comparazione con il contratto di riferimento andrebbe fatta sui minimi contrattuali (il Tem) e sui valori complessivi (Tec) che comprendono anche il welfare. Il welfare dovrebbe essere quantificato con un valore economico. Inoltre un parametro di confronto sarebbe il numero di ore lavorabili su base annua.
Uno dei punti su cui le parti sono ancora distanti è ogni quanto tempo adeguare i minimi contrattuali all’inflazione (ogni anno è la richiesta del sindacato, ma le imprese non ci stanno). I sindacati vorrebbero tenere gli Edr, elementi distinti della retribuzione, dentro ai minimi, le imprese no.
Ultimo ma molto importante: le bozze di accordo prevedono un meccanismo automatico di intervento nel caso in cui un contratto non sia rinnovato nei termini. Dopo i primi tre mesi senza contratto: aumento automatico dei minimi contrattuali pari al 30% dell’Ipca Nei. Dopo sei mesi il recupero diventerebbe del 50%. Dopo nove mesi del 90%. Oggi il contratto dei metalmeccanici è tra i pochi a prevedere l’ultrattività del contratto, cioè la compensazione dell’inflazione anche se non rinnovato alla scadenza.
16 ott 2026 | 12:38