DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI - Nel suo ufficio de La Bourse, seduto davanti all’incredibile doppio ritratto di Henry Geldzahler e Christopher Scott dipinto da David Hockney nel 1969 (uno dei gioielli della sua collezione) Monsieur François Pinault ripete più volte la sua parola d’ordine: osare. Osare sempre, anche nell’arte. Così è nata sua collezione d’arte, così ha preso forma Treasures from the Wreck of the Unbelievable la colossale mostra di Damien Hirst che nel 2017 dalla Laguna ha letteralmente trasformato l’orizzonte delle mostre d’arte, hanno così preso forma anche grandi mostre monografiche, che hanno offerto agli artisti la più ampia libertà di esprimere e sviluppare la propria visione. Sempre osando Monsieur Pinault ha cambiato con Palazzo Grassi e Punta della Dogana il destino stesso di Venezia, trasformandola in uno scenario unico e irripetibile per la contemporaneità, giocando (e appunto osando) per contrapposizione con la classicità universalmente riconosciuta del patrimonio della città. «Parigi è fantastica — dice con orgoglio —, ma tutti gli artisti vogliono Venezia».
Sono trascorsi quasi vent’anni dall’inaugurazione di Palazzo Grassi nel 2006. Come valuta oggi questi vent’anni di presenza a Venezia?
«Innanzitutto, Venezia occupa un posto del tutto particolare nella storia della Collezione. È qui che ho posto la prima pietra del mio progetto culturale. La città mi ha aperto le sue porte e mi ha permesso di condividere la mia passione per l’arte con il maggior numero possibile di persone.
Ma Venezia mi ha dato molto più di un luogo in cui far nascere questo progetto: gli ha conferito una dimensione particolare, quella del tempo e della storia. Qui, ogni gesto contemporaneo entra in dialogo con ciò che lo ha preceduto. Non può imporsi senza ascoltare.
Questa esperienza mi ha rafforzato nella convinzione che un’istituzione culturale non si esaurisca in ciò che espone, ma si costruisca anche attraverso i legami che intreccia con gli artisti, il pubblico, la città e i suoi abitanti.
È con questo spirito che abbiamo riaperto e restituito alla città luoghi straordinari, invitato artisti di generazioni e provenienze geografiche diverse, prodotto mostre e opere e creato occasioni di cultura e di scambio. Ma soprattutto, nel corso del tempo abbiamo costruito con Venezia un rapporto fedele e costante.
Constato inoltre che, dopo l’arrivo di Pinault Collection, anche altre istituzioni d’arte contemporanea hanno scelto di insediarsi a Venezia. È uno dei segnali del ruolo che l’arte contemporanea ha progressivamente assunto nella città. E, in fondo, il bilancio più significativo non è forse quello che possiamo tracciare noi stessi, ma quello che Venezia e il suo pubblico possono fare di questa presenza».
Quale ruolo ha avuto Venezia nello sviluppo della sua collezione e quale influenza ha esercitato la realtà di Venezia sulla collezione?
«L’interesse dell’arte, e in particolare dell’arte contemporanea, sta anche nel prendere posizione, nell’accettare le incertezze e i rischi che questo comporta per accompagnare il desiderio degli artisti di spingersi sempre più avanti nella sperimentazione e nell’innovazione.
Questa necessità trova un’eco particolare a Venezia, una città in cui molti capolavori probabilmente non avrebbero mai visto la luce senza il gusto per il rischio di chi ha saputo dare fiducia agli artisti. Penso in particolare a Tintoretto, al quale la Scuola Grande di San Rocco affidò un’opera di straordinaria portata, o ancora al concorso indetto per la realizzazione del Paradiso nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.
Con questo stesso spirito abbiamo invitato numerosi artisti a concepire opere appositamente per le nostre mostre veneziane, alcune delle quali sono poi entrate a far parte della Collezione. Penso in particolare all’opera di Ólafur Eliasson, che rivestì la facciata di Palazzo Grassi in occasione della sua riapertura, o a diverse opere di Damien Hirst provenienti dalla mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable del 2017, che coinvolse contemporaneamente Palazzo Grassi e Punta della Dogana.
Queste opere testimoniano il modo in cui Venezia possa generare progetti capaci di andare oltre il tempo della mostra e di trovare successivamente un proprio posto nella storia della Collezione.
Aggiungerei infine lo stimolo rappresentato dalla Biennale di Venezia. Da molto tempo è per me un appuntamento essenziale, uno straordinario luogo di scoperte e incontri, nel quale continuo a confrontare il mio sguardo con la diversità della creazione contemporanea e a lasciarmi sorprendere da opere che possono diventare autentici colpi di fulmine.
Venezia mi ha insegnato anche la pazienza e il rispetto per il tempo che passa: una lezione che una città capace di attraversare i secoli senza mai smettere di reinventarsi sa trasmettere in modo particolare».
Perché ha scelto proprio oggi Palazzo Grassi per ospitare un’esposizione permanente della sua collezione? Che cosa significa per lei questa scelta?
«Vent’anni dopo la sua riapertura nel 2006, Palazzo Grassi è diventato, insieme a Punta della Dogana e al Teatrino, un luogo importante per l’arte contemporanea a Venezia. Nel corso di questi anni, la Collezione si è arricchita, strutturata e ha acquisito una profondità che il pubblico ha potuto scoprire solo parzialmente, attraverso diverse mostre e diversi progetti.
Era dunque arrivato il momento di dare alla Collezione un’altra forma di visibilità, più duratura. Scegliere una presentazione permanente significa per me scegliere il tempo lungo. Un’opera non vive soltanto nel momento in cui viene esposta: evolve con lo sguardo che le rivolgiamo, con il luogo che la accoglie e con i pubblici che la scoprono. La permanenza permette così di creare una relazione più profonda tra le opere, una città e coloro che la vivono.
In un mondo in cui le immagini si susseguono incessantemente, significa anche proporre un’esperienza diversa: rallentare, prendersi il tempo di guardare, soffermarsi davanti a un’opera, lasciarsi sorprendere e tornarvi».
Che cosa desidera dire e trasmettere attraverso questa esposizione permanente, che fino a oggi non era stato possibile realizzare nello stesso modo?
«Il mio desiderio è proporre un punto di vista su queste opere, sulle relazioni che instaurano tra loro, al di là dei decenni in cui sono nate, della diversità dei contesti culturali di cui sono testimonianza e delle tecniche che le caratterizzano.
Più che una raccolta di opere eccezionali, questo insieme restituisce un’identità: quella di una collezione viva, aperta sul mondo e in movimento, alimentata da oltre mezzo secolo di scoperte, incontri e scelte profondamente personali.
Un’esposizione permanente può raccontare la storia di una visione, la mia in questo caso, plasmata da oltre cinquant’anni di vicinanza e dialogo con gli artisti.
Attraverso questo percorso vorrei che i visitatori potessero cogliere ciò che, al di là di ogni singola opera, conferisce alla Collezione la sua unità e, spero, la sua singolarità».
Dopo diversi decenni, alcune opere si sono imposte come riferimenti nella storia della collezione. Secondo lei, che cosa fa sì che un’opera d’arte riesca ad attraversare il tempo e possa continuare a parlarci?
«Un’opera che attraversa il tempo è, ai miei occhi, un’opera che continua a porci domande alle quali non abbiamo ancora trovato risposta. Non è mai una moda passeggera. È un’intensità che non si esaurisce. Conserva una parte di mistero, qualcosa che resiste all’evidenza e ci invita a guardarla ancora. Il suo significato, del resto, non è mai del tutto definitivo: si trasforma con le epoche, gli sguardi e le esperienze di chi la scopre. È questa capacità di essere continuamente riletta, di entrare in dialogo con il presente pur portando con sé la memoria della propria epoca, che permette a un’opera di restare viva.
Anche giovani artisti come Anne Imhof, Anicka Yi o Lucas Arruda affrontano questioni capaci di risuonare ben oltre il momento presente, in particolare intorno al nostro rapporto con il mondo e con la sua fragilità.
È precisamente questa l’ambizione di Palazzo Grassi: inscrivere alcune opere nella durata permette di guardarle in modo diverso, senza per questo considerare mai conclusa la Collezione.
L’insieme di opere emblematiche dell’Arte Povera che ho raccolto nel corso di diversi decenni testimonia il profondo interesse che nutro per l’arte italiana e, in particolare, per questo movimento, nato nel contesto dell’industrializzazione dell’Italia alla fine degli anni Sessanta.
La mostra che gli è stata dedicata due anni fa alla Bourse de Commerce ha dimostrato quanto le riflessioni sviluppate da questi artisti, e in particolare la loro interrogazione sul posto dell’essere umano nel mondo, conservino ancora oggi una straordinaria attualità.
In questo senso, non è un caso che abbia voluto aprire il percorso espositivo di questo nuovo museo proprio con un’opera di Mario Merz».
Una collezione si inscrive nel tempo pur restando viva. Come concepisce questo equilibrio tra permanenza e rinnovamento?
«Inscriversi nel tempo non significa rimanere immobili. Per me, una collezione viva è precisamente una collezione che conserva un nucleo solido continuando al tempo stesso a rimanere aperta a ciò che verrà.
Un’opera deve poter attraversare il tempo continuando a dialogare con il presente. Il ruolo di una collezione è dunque tanto quello di conservare quanto quello di far vivere, creare corrispondenze, suscitare nuove letture e lasciare spazio a ciò che deve ancora essere scoperto.
Esiste un nucleo solido, costituito da opere e artisti che con il tempo sono diventati punti di riferimento della Collezione, e c’è il movimento perpetuo della scoperta, che deve proseguire senza sosta.
Una collezione deve restare dinamica. Lo dico spesso: spero sempre che l’opera che mi darà la gioia più grande debba ancora essere scoperta.
La presenza permanente di alcune opere a Venezia non impedisce dunque in alcun modo il rinnovamento. Al contrario, gli offre un punto di riferimento e uno slancio».
Gli artisti hanno sempre occupato un ruolo centrale nella storia di Palazzo Grassi, così come in quella della sua collezione. Quale ruolo continueranno ad avere in questa nuova fase?
«Resteranno al centro di tutto, come lo sono sempre stati. Una collezione si costruisce a partire dalle visioni degli artisti, dai loro interrogativi, dalla loro interpretazione dell’epoca in cui vivono e, soprattutto, dalla loro libertà. Questa nuova fase non cambia nulla di questo principio: Palazzo Grassi resterà uno spazio in cui il loro lavoro potrà inscriversi in una prospettiva di lungo periodo. Continuerò a privilegiare il dialogo diretto con loro. È questo dialogo che, da sempre, alimenta la Collezione e permette di comprendere ciò che accade nella creazione contemporanea al di là delle tendenze del momento».
Con Palazzo Grassi, Punta della Dogana e il Teatrino a Venezia, oltre alla Bourse de Commerce a Parigi, come immagina l’articolazione di questo progetto tra luoghi con identità e storie differenti?
«I tre luoghi veneziani continueranno a essere distinti e, allo stesso tempo, profondamente complementari. Palazzo Grassi avrà il compito di proseguire nella valorizzazione della Collezione in quanto tale e di reinterpretarne nel tempo le opere e i percorsi. Punta della Dogana conserverà la sua vocazione a ospitare grandi mostre temporanee, monografiche o tematiche, e progetti capaci di dialogare con la forza e la singolarità della sua architettura. Il Teatrino resterà il luogo della parola, del cinema, della performance, della ricerca e dell’incontro tra gli artisti e il pubblico.
Non vogliamo uniformare questi spazi, ma, al contrario, affermarne ancora di più l’identità. Insieme formano un progetto culturale unitario: la Collezione come patrimonio vivo, le mostre come strumenti di ricerca e il programma pubblico come spazio di dialogo e accompagnamento.
Ogni luogo possiede una propria identità. Ognuno racconta una storia diversa — architettonica, urbana, culturale — ed è proprio questa diversità a dare vita al progetto. Ciò che li unisce è una stessa convinzione: che l’arte contemporanea ci aiuti a guardare e a comprendere la nostra epoca.
La presentazione permanente a Palazzo Grassi aggiunge oggi una nuova dimensione a questo insieme, inscrivendo la Collezione nella durata, in dialogo con le mostre di Punta della Dogana e della Bourse de Commerce, così come con la programmazione del Teatrino».
Parallelamente, Punta della Dogana presenterà una mostra dedicata a Tadao Ando e al movimento Mono-ha. Tadao Ando accompagna da molto tempo la storia della Pinault Collection. Che cosa rappresenta per lei questo dialogo tra la sua architettura, le opere e i luoghi?
«Tadao Ando è un autentico compagno di viaggio nella mia avventura culturale. Ha rinnovato Palazzo Grassi, trasformato Punta della Dogana, progettato il Teatrino e restaurato la Bourse de Commerce, riuscendo ogni volta a celebrare il passato e, al tempo stesso, a inscrivere l’edificio nel presente. La sua architettura coniuga una grande forza visiva e un’estrema essenzialità. Esprime al tempo stesso il radicamento della sua pratica nella tradizione giapponese e una concezione molto rigorosa della modernità. Il suo lavoro è sempre stato per me una lezione di rigore: c’è tutto ciò che è necessario, nulla di superfluo.
Anche il movimento Mono-ha dedica un’attenzione particolare alla materia, allo spazio e al dialogo che si instaura tra un’opera e il luogo che la accoglie. Riunirli oggi a Punta della Dogana fa emergere corrispondenze particolarmente feconde tra l’architettura di Ando, il suo modo di guardare i propri edifici attraverso la fotografia e le ricerche degli artisti di Mono-ha».
Che cosa vorrebbe che il pubblico scoprisse — o riscoprisse — della sua collezione, ora che può ammirarne le opere in permanenza a Palazzo Grassi?
«Vorrei che il pubblico scoprisse, al di là delle opere stesse, un percorso, una sensibilità, un certo modo di guardare il mondo.
Molti visitatori conoscono già questo o quell’artista della Collezione grazie a una mostra. La presentazione permanente permetterà ora di vedere come queste scelte si rispondano nel tempo e di scoprire relazioni meno evidenti tra le opere.
Alcune domande ritornano attraverso generazioni diverse, emergono risonanze tra artisti lontani per provenienza o linguaggio, tensioni attraversano la nostra epoca, come nel dialogo tra l’opera di On Kawara e Him di Maurizio Cattelan, che ci mette di fronte ai fantasmi della storia.
Ma vorrei soprattutto che i visitatori avessero la sensazione di poter stabilire un proprio rapporto con ciò che vedono. Non è necessario conoscere già l’arte contemporanea né possedere gli strumenti per interpretarla. Un’opera può inizialmente sorprendere, turbare, persino respingere. Ciò che conta è che generi un’esperienza e apra uno spazio di riflessione.
L’atrio di Palazzo Grassi permetterà inoltre di accogliere grandi installazioni, come lo specchio di Kimsooja, che trasforma la nostra percezione dello spazio e del luogo.
E poi la possibilità di tornare a Palazzo Grassi permetterà di riscoprire alcune opere e di vederle diversamente, attraverso nuovi contesti e nuovi sguardi. Vorrei che il pubblico avesse la sensazione che anche il proprio rapporto con la Collezione possa arricchirsi e trasformarsi nel tempo».
Guardando ai prossimi vent’anni, quale ambizione desidera perseguire per Palazzo Grassi e, più in generale, per la Collezione?
«Vent’anni sono soltanto l’inizio. La mia ambizione resta la stessa del primo giorno: continuare a guardare e comprendere la nostra epoca attraverso gli artisti, e contribuire a scrivere e raccontare la storia dell’arte contemporanea, non per cristallizzarla in un’unica visione, ma per trasmetterla in tutta la sua vitalità. Una collezione non è mai conclusa, così come non può esserlo una storia dell’arte. Bisogna continuare a scoprire, ad assumersi dei rischi, a lasciarsi sorprendere e ad accettare di rimettere in discussione ciò che credevamo acquisito.
E se dovessi dare un solo consiglio a coloro che proseguiranno questo lavoro dopo di me, sarebbe lo stesso che do ai giovani: osate».