Leonardo Maria Del Vecchio sta prendendo in considerazione la possibilità di cedere la sua quota del 12,5% in Delfin alla stessa holding. Il quarto figlio del fondatore di Luxottica, Leonardo Del Vecchio, valuta l’ipotesi di ottimizzare la sua esposizione finanziaria, di circa un miliardo. Ad affiancarlo i consulenti legali di Chiomenti e quelli finanziari di Citigroup, che non avrebbero ancora ricevuto un incarico formale.
Il piano è di farsi trovare pronto quando saranno decorsi i tempi per trasferire la quota in Delfin in una società personale. L’idea è di strutturare le linee di credito – utilizzate in larga parte per sostenere le acquisizioni della sua Lmdv Capital – con maggiore ordine e disciplina. A fronte di un rifinanziamento, l’imprenditore valuterebbe di dismettere alcuni investimenti più facilmente liquidabili. A partire dallo yacht «No rush», un Mangusta 165 Rev di 50 metri. Un mandato è già stato assegnato a un broker che l’ha messo in vendita per 33,5 milioni.
Ma non solo.
Leonardo Maria potrebbe cedere alcune attività immobiliari come il palazzo in via Turati a Milano, sede del family office. La valutazione presentata ai potenziali investitori è di una sessantina di milioni per assicurarsi il palazzo che ospita anche il Twiga. Potrebbero essere ceduti anche i due piani dell’ex sede di via Monte Napoleone che dovrebbero valere una ventina di milioni, con una ricca plusvalenza sull’investimento iniziale. L’altra partecipazione sotto esame è l’1,1% rilevato da Lmdv nel colosso del packaging Ima.
Non ci sono scadenze di rientro imminenti, ma è chiaro che se Leonardo Maria riuscisse a rifinanziare i debiti si troverebbe in una posizione negoziale migliore con Delfin nel caso in cui la holding decidesse di acquistare la sua quota. L’imprenditore potrebbe considerare la cessione per perseguire i suoi progetti aziendali. L’uscita dall’azionariato di Delfin potrebbe peraltro non essere definitiva dal momento che nel capitale figura anche la madre Nicoletta Zampillo che un domani potrebbe passare il testimone al figlio.
Intanto la cassaforte lussemburghese, con in prima fila l’ad Romolo Bardin — che da aprile ha assunto la qualifica di «gérant délégué», ampliando il raggio dei suoi poteri — sta studiando lo schema finanziario per rilevare fino a due delle otto quote del 12,5% in mano agli eredi del fondatore e così facilitare il raggiungimento di accordi sulla governance e sulla remunerazione degli azionisti.
Per finanziare l’operazione, Delfin ha avviato dialoghi con almeno quattro banche: Crédit Agricole, Bnp Paribas, Intesa Sanpaolo e Citigroup. Il progetto sarebbe di allestire un finanziamento finalizzato all’acquisizione di una quota fino al 25% della holding che custodisce il 32,4% di Essilux, il 10% di Generali, il 17,6% di Mps e il 2,7% di Unicredit. Spetta ai singoli soci decidere entro marzo chi vende e chi resta, anche in base al prezzo offerto da Delfin.
La scadenza è dettata dai tempi stabiliti dal tribunale del Lussemburgo che a settembre ha prorogato di sei mesi il periodo di esercizio del diritto di prelazione in capo alla holding sulle quote di Rocco Basilico, Leonardo Maria e Clemente Del Vecchio.
Il valore netto del portafoglio di Delfin è di circa 40 miliardi, quindi ciascuna quota degli eredi ha una valutazione sulla carta di 5 miliardi. Somma a cui va applicato uno sconto di holding che, in base a una decisione assunta negli scorsi mesi dal tribunale del Lussemburgo, ammonta al 30% del valore di mercato degli attivi di Delfin.
16 ott 2026 | 08:01