Vale la pena di cavalcare i rendimenti a stelle e strisce che ballano tra il 4 e il 5%? La moneta statunitense attrae da sempre un elevato numero di investitori. E l’attuale fase geopolitica rende la scelta di inserire in portafoglio strumenti denominati in dollari particolarmente sfidante. In estrema sintesi: nonostante tutto è sempre tempo di diversificare con il biglietto verde. Ma bisogna avere una capacità di sopportare il rischio robusta e, se si vuole ridurre un po’ lo spettro delle incognite, è meglio preferire le scadenze non troppo lontane che offrono un rendimento effettivo lordo a scadenza ben più elevato (quasi un punto e mezzo percentuale sulle scadenze 2028) di quello dei Btp. Vediamo perché.
Piena occupazione, inflazione al 3,7%, ovvero piuttosto distante dal target desiderato dalla Fed e aumento vertiginoso del debito pubblico sono tra le ragioni dell’impennata dei rendimenti e della manovra con cui Kevin Warsh, nuovo presidente della Banca Centrale Usa, ha deciso di alzare di un quarto di punti i tassi di interesse fermi da tre anni.
Ma allora che cosa dovrebbero fare gli investitori con l’euro in tasca per trarre vantaggio da questo scenario?
L’acquisto di T bond, ma anche titoli di Stato o obbligazioni di qualunque tipo, oggi avviene a quotazioni scontate, ovvero sotto la pari nella maggioranza dei casi, visto che quando i rendimenti salgono i prezzi scendono.
Ma per fare una scommessa sul biglietto verde non bisogna temere le montagne russe del cambio. A inizio anno per acquistare un dollaro americano occorrevano 1,1721 euro. Negli ultimi giorni ne bastano 1,1411. La moneta europea ha perso sensibilmente valore nei confronti della moneta di Washington, che, nonostante tutto, viene ancora considerata un bene rifugio nei momenti di incertezza. Negli ultimi giorni, quindi, avere dei dollari è stato vantaggioso. Ma quando accade il contrario il cambio sfavorevole decurta il guadagno che si può ottenere sul fronte dei rendimenti.
E passiamo alla disamina dei rendimenti e delle possibili strategie. A scegliere un emittente importante che colloca titoli in valuta differente dall’euro dovrebbe essere chi già investe in prodotti denominati in euro, spaziando tra più campioni nazionali. Italia in primis, ma anche Germania, Francia, Spagna. Senza attraversare l’Oceano Atlantico, pure il Regno Unito esprime emissioni denominate in sterline. E quindi in valuta non euro. Focalizzandosi però sui T Bond, ecco che cosa si può fare oggi. Investire in questi titoli offre rendimenti elevati e prezzi bassi. Accumulare, se si può sopportare il su e giù del cambio, significa acquistare protezione per il portafoglio con cedole anche sopra il 4% (è il caso del T Note che scade alla fine del 2028). Ovviamente questa strategia funziona bene se si è sicuri di poter aspettare la scadenza e quindi di poter ignorare eventuali risalite dei prezzi. Per questo scegliere titoli non troppo lunghi può essere una buona idea. Se poi l’orizzonte di attesa può essere più lungo — per esempio fino al febbraio 2033 — oggi si compra un T bond a 91,50 che offre una cedola del 3,50%, vale a dire un rendimento in grado di coprire l’inflazione europea, che balla intorno al 3,3%.
Anche con il Btp marzo 2033 si compra a sconto, 94,35 il dato di venerdì scorso, per un rendimento effettivo lordo del 4,22% con una cedola del 3,15%.
Insomma negli Stati Uniti in questo momento c’è più rendimento e più sconto, ma la contropartita è un maggior rischio, legato al cambio. Quanto sbilanciarsi allora? Disponendo di una media propensione al rischio, la percentuale di investimenti in titoli obbligazionari non denominati in euro potrebbe percentualmente variare dal 5 al 10% del portafoglio titoli.
18 ottobre 2026, 15:00 - Aggiornata il 18 ottobre 2026 , 15:00